Ieri mattina presto, prima di entrare al seggio per votare, pensavo alla frase del nostro Presidente del Consiglio: “Andrò a votare ma non ritirerò la scheda”.
Pensavo anche alla percentuale drammatica di astensionismo che esiste in Italia, incentivata dalle parole di politici allergici alla democrazia costituzionale che chiedono di andare a votare solo quando ne possono ricavare un tornaconto personale.
Pensavo alla grande disinformazione su questi 5 referendum, condizionata anche dai principali mass media che si mostrano asserviti ai potenti di turno.
Pensando a questo, mi sono ricordato che un mio caro amico mi ha raccontato di un suo ex collega di lavoro italiano che, dopo aver vissuto diversi anni in Australia dove si è sposato e ha messo al mondo due figlie, da poco ha preso la cittadinanza in quel Paese.
Un mese fa quindi ha potuto votare per l’elezione del Parlamento federale.
Uno degli aspetti che mi ha colpito nel suo racconto è che dal 1924 in Australia vige l’obbligo di voto.
Fu approvato perché, nel decennio precedente, la partecipazione alle elezioni era calata vertiginosamente dall’80% al 40%. Alle elezioni del 1925, invece l’affluenza fu del 91%.
In Australia, chi non può andare fisicamente a votare ha comunque altre possibilità, tra cui esprimere una preferenza per corrispondenza. In generale però l’unica situazione in cui è permesso non votare è quando si è in possesso di un’esenzione che viene data solo se ci sono motivi validi.
Chi non vota rischia una sanzione che varia da 20 a 80 dollari australiani, a seconda del tipo di elezione. Sono circa dai 15 ai 55 euro. Potenzialmente, per chi non vota, è previsto anche l’obbligo di presentarsi davanti a un giudice, rischiando il carcere.
Per la cronaca, secondo Democracy Index, la democrazia australiana è classificata come “full democracy”, cioè una democrazia completa che, nel 2023, era posizionata al 14º posto al mondo mentre l’Italia era al 32° posto, classificata come “flawed democracy” cioè come democrazia imperfetta.
Siamo una democrazia imperfetta perché, secondo il Democracy Index, pur essendo garantiti i processi elettorali e le libertà civili, abbiamo problemi che compromettono la qualità della democrazia. Questi problemi possono riguardare, ad esempio, la libertà di stampa, l’indipendenza giudiziaria o il corretto funzionamento del governo.
Tornando al voto, la nostra Costituzione, all’articolo 48, recita: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”.
A questo punto mi scappa da sostituirmi a Ligabue che canta: “Ho tre domande per te” [1] e le formulo così…
1) Se l’esercizio di voto è un dovere civico, si può concludere che chi invita a non andare a votare o a non ritirare la scheda venga meno ad un suo dovere previsto dalla Costituzione e diventi un “trasgressore”?
2) Se la percentuale di astensionismo è cresciuta inesorabilmente negli ultimi anni, perché non pensare all’obbligo di voto anche da noi con tanto di sanzione per i trasgressori?
3) Se circa 17 milioni di persone che recentemente non sono andate a votare, dovessero pagare una multa di 15 euro, quanto denaro potrebbe entrare nelle casse delle Stato per essere dedicato al miglioramento della qualità della vita di chi è in una situazione di disagio?
Per risolvere il problema di una democrazia imperfetta credo sarebbe utile offrire ai cittadini molte più occasioni di democrazia partecipata, vera ed onesta… a cominciare dal rispetto puntuale e preciso della nostra Costituzione da parte dei politici che dovrebbero essere i primi a dare il buon esempio andando a votare.
In ogni modo, nel mio piccolo, ieri mattina alle 7 ho esercitato il mio dovere civico votando 5 volte “Sì”.

[1] da “Hai un momento Dio?” di Ligabue.
Magari fosse possibile!! Tutti quelli che si sono proclamati convinti astensionisti almeno si sarebbero informati un pò di più e forse, all’ultima tornata politica, nn saremmo precipitati in questo disagio!!