Serata estiva in pizzeria: dieci adolescenti, dopo aver consumato voracemente la propria pizza, prendono in mano il proprio smartphone e pensano a giocare, a chattare, a leggere, a guardare un video, a conoscere una nuova app. Il loro tavolo è insolitamente silenzioso.
Poco distante, una famiglia con figlio piccolo sta cenando: o meglio, i due adulti mangiano conversando fra loro mentre il piccolo, in seggiolone, sta guardando un video su un tablet.
In un altro gruppetto, due coppie parlano mentre i due bambini giocano con il cellulare fra loro in un video game condiviso: le uniche parole che pronunciano sono imprecazioni provocate da una situazione di gioco che evidentemente non va come loro desiderano.
Le immagini di quel gruppo, di quella famiglia e di quei due bambini mi fanno riflettere… non solo su di loro ma su di noi.
So di essere ormai vecchio ma mi chiedo: come si apprende a socializzare se non stando insieme? Come si impara ad occuparsi e a preoccuparsi degli altri se non ascoltando e condividendo? Come si educa a parlare e a pensare se non ascoltando e ragionando insieme? Come si distingue il mondo reale da quello virtuale se non partecipando attivamente alla vita di comunità, dando voce alle proprie emozioni e ai propri sentimenti?
Forse penso in modo vecchio ma ho paura che questi bambini e questi ragazzi, cresciuti e protetti da APP sicuramente utili, rimangano giovani fiori APPassiti ed APPrensivi, falsamente APPagati, con riflessi APPannati, APPetiti insoddisfatti, APPesi a fragilità insospettabili che APPrendono in maniera APPartata ad APParecchiare la propria vita in maniera APPiattitita.
Nel mio piccolo, da maestro elementare, non cerco APProvazione o APPlausi ma provo ad APPlicarmi affinché si possano APPoggiare o APPigliare a qualcosa di più APPagante ed APPassionante perché, come diceva Nelson Mandela, “Non c’è passione nel vivere in piccolo, nel progettare una vita che è inferiore alla vita che potresti vivere”.
Che cosa APPrenderanno?
Sono d’accordo sul tuo approfondimento