Il testo che segue è di Pasquale Pugliese.
Pasquale è filosofo, formatore e Segretario del Movimento Nonviolento; diffondo volentieri questo suo scritto non solo perché lo condivido (in tutti i sensi) ma perché pone attenzione alle relazioni in ambito educativo, aspetto che considero di importanza fondamentale per una buona scuola. Mauro
Non c’è da stupirsi se il Paese che ha inventato il fascismo, la mafia, il leghismo e il berlusconismo – e di tutto ciò è ancora pienamente intriso – è un Paese culturalmente violento in quanto a tasso di razzismo, bullismo, machismo, ma anche di servilismo nei confronti dei potenti di turno. La prepotenza esercitata ordinariamente sui soggetti considerati più deboli – donne, omosessuali, immigrati, persone più fragili – è incardinata nella strutture profonde che sostengono la nostra socialità e si manifesta attraverso una fenomenologia articolata: dalla legislazione razzista in vigore all’uso commerciale e politico del corpo femminile, dal senso comune pesantemente omofobico alle condizioni dei detenuti nelle carceri, dal plauso mediatico per gli arrampicatori e i furbi allo scherno per gli umiliati e gli offesi, dal bellicismo permanente dei governi alla mano spesso oltremodo pesante delle forze dell’ordine e via elencando.
A volte, poi, la prepotenza diventa violenza conclamata ed emerge drammaticamente, come la punta di un iceberg, agli onori della cronaca. Solo allora viene presa in considerazione da media e legislatori, ma spesso solo per diventare materiale utilizzabile nell’orientare temporaneamente (e selettivamente) l’indignazione collettiva e per fare scattare misure emergenziali (e, in certi casi, impostare anche le campagne elettorali) volte sostanzialmente a coprire l’incapacità di fondo – e spesso la non volontà – di leggere la realtà e promuovere i cambiamenti veri nelle viscere della società. Come se con l’emergenza si potesse sconfiggere la permanenza, senza alcun lavoro in profondità.
E’ il caso, per esempio, del nuovo pacchetto sicurezza varato l’ultimo giorno utile di Consiglio dei ministri prima della pausa ferragostana, nel quale sono contenute le misure contro il “femminicidio.” E’ un “pacchetto” che si occupa anche della violenza contro le donne, impacchettando questo tema – trattato esclusivamente sul versante dell’inasprimento delle pene per i reati – insieme alla repressione dei tifosi violenti, all’allargamento della flessibilità delle funzioni dell’esercito nei compiti di ordine pubblico, al furto del rame, alla Protezione civile e, infine, al commissariamento delle Province! Un guazzabuglio senza alcun approfondimento o provvedimento orientato a modificare la cultura violenta profonda, di cui la violenza di genere è un epifenomeno.
Molte osservatrici attente e Centri anti-violenza (i quali, intanto, sono sempre più a corto di finanziamenti certi ) sono intervenute per segnalare questo lato debole del provvedimento urgente.
Tra le tante mi sembrano particolarmente significative le lucide riflessioni della giornalista Concita De Gregorio – “Le buone leggi sono quelle che provano a indicare una rotta, e la tracciano. Sono quelle che tentano di definire il perimetro di ciò che la cultura civile deve (dovrebbe) ritenere giusto e lecito e non nascono allo scopo di contenere il danno dei comportamenti diffusi, illeciti o criminali, ma hanno l’ambizione di cambiare le regole della convivenza nella testa e nel cuore dei cittadini prima che nelle aule di tribunale. In questo caso inasprire la pena è eventualmente un segnale, appena un inizio.
Forse un deterrente, in qualche raro caso, ma non basta e non serve” – e della scrittrice Loredana Lipperini – “Non mi piace perché è un decreto repressivo. E molte di noi hanno detto e ripetuto che nessuna repressione e nessun giro di vite porterà a risultati se non si insiste sulla prevenzione. Scuola. Formazione degli educatori. Libri di testo delle elementari. Educazione al genere, all’affettività, alla sessualità. Da subito. Di questo non si parla“.
Già, di questo non si parla, in Italia.
Se ne parla invece in Francia, dove il 25 giugno scorso il parlamento ha approvato definitivamente la legge di “Rifondazione della scuola della repubblica”, votata da una maggioranza socialista-ecologista, la cosidetta legge Peillon (dal nome dei ministro dell’Educazione Vincent Peillon) che – rispondendo positivamente ad una lunga Campagna del Coordinamento francese per l’educazione alla nonviolenza e alla pace – ha introdotto la formazione alla prevenzione dei conflitti ed alla loro risoluzione nonviolenta per tutti gli insegnanti, attraverso una formazione, sia iniziale che permanente, del personale scolastico all’interno delle Scuole di specializzazione all’insegnamento. Si tratta di corsi obbligatori rivolti, in questo caso, oltre agli insegnanti, a tutti gli adulti che abitano i contesti scolastici, per sviluppare o acquisire quelle competenze necessarie ad una scuola capace di lavorare sulla costruzione di buone relazioni su basi nonviolente.
I corsi “saranno la chiave per migliorare il clima scolastico, prevenire la violenza e promuovere l’apprendimento degli studenti”, spiega il Coordinamento francese, che si fa garante della loro qualità offrendo al ministero anche i formatori competenti.
Il prossimo settembre, con l’avvio dell’anno scolastico, anche gli insegnanti andranno a scuola di nonviolenza. In Francia.
A quando in Italia?
Condivido pienamente: ci vorrà tempo, ma il problema è culturale e può essere risolto solo attraverso un lungo percorso educativo. La difficile situazione italiana ha posto molte persone in una condizione di ansia e insicurezza, si sente il bisogno di emergere, prevalere, prevaricare e allora si sviluppano violente forme di intolleranza: razzismo, omofobia, sessismo. Dobbiamo educare i nostri ragazzi al rispetto per la diversità, all’empatia, al confronto onesto e, in questo contesto, soprattutto ad accettare la parità di donna e uomo all’interno del rapporto di coppia.
Mi capita abbastanza raramente di vedere espressi i miei pensieri, nelle parole e nei concetti di altre persone. Non solo, ma in questo caso i miei pensieri sono stati tradotti con parole, più lucide e chiare di quanto essi potessero essere aggrovigliati nella mia testa.
Perché non riusciamo (ovviamente intendo noi di sinistra), ad essere rappresentati da mille persone che senza timidezze, moderatismi, tremori, dicano parole chiare ed esplicitamente schierate come quelle che ho appena letto.
Perché non riusciamo ad avere un adeguato numero di persone, che con concetti chiari, semplici, condivisibili esprimano idee, che non sono estinte ma solo e semplicemente poco rappresentate.
Perché non è possibile in Italia, far crescere una sinistra non solo e sempre minoritaria, non solo rintracciabile nella società civile, non solo presente in partiti del 3%, non solo abbandonata nelle solitudini personali, non solo viva nelle speranze e nei ricordi, ma aggregante, non litigiosa, non settaria, non personalistica, insomma una sinistra delle idee e della gioia di dichiararlo, sempre senza la preoccupazione del politically correct.
Grazie