iosonodisinistraIl vocabolo che fa rima con “Malgrado tutto credo ancora che ci sia” è ideologia. Queste parole le ho prese dal brano “Destra-Sinistra” che Giorgio Gaber inserì nell’album “La mia generazione ha perso“.
In quel testo Gaber, da maestro quale è stato, è riuscito ad ironizzare perfettamente sulle differenze tra Destra e Sinistra usando soprattutto i luoghi comuni.

Chissà perché allora non si è occupato delle differenze ideali fra la Destra e parte di una dichiarata Sinistra? Forse percepiva che sarebbero diventate minime a causa degli effetti delle larghe intese o  dell’allargamento delle intenzioni? Chissà? O forse il suo soffermarsi solo sui luoghi comuni è da considerarsi come una rinuncia a distinguere?
Mi ricordo che solo tre anni prima di “Destra-Sinistra“, Nanni Moretti faceva uscire nelle sale cinematografiche il film “Aprile” del quale rimane memorabile la scena seguente che si potrebbe intitolare: “Dì una cosa di sinistra“:

Provando per puerile divertimento a fare il verso a Giorgio Gaber e a tener presente Nanni Moretti, potrei azzardare che alla scuola elementare…
Il grembiule con il fiocco è garbatamente di destra, le ginocchia sbucciate sono costituzionalmente di sinistra; giocare a supereroi o modelle è spudoratamente di destra mentre costruire le case per le lumache è eticamente di sinistra.
La merenda confezionata è consumisticamente di destra, fatta in casa è naturalmente di sinistra; mangiarsela tutta da soli è egoisticamente di destra invece fare scambio è solidalmente di sinistra.
La penna è inequivocabilmente di destra, la matita è coscienziosamente di sinistra; mordere il tappo delle penne è aggressivamente di destra, ma azzannare la matita con i denti è bellicosamente di sinistra.
Appiccicare sui quaderni le etichette con il proprio nome è narcisisticamente di destra, i quaderni senza nome sono modestamente di sinistra; tutti ordinati sono rigidamente di destra, al contrario quelli sgualciti e con le orecchie sono creativamente di sinistra.

Potrei continuare ma, pur consapevole della natura giocosa, mi accorgo che gli esempi che ho fatto sopra, pur essendo semplici esercizi di fantasia, non sono del tutto calzanti perché ognuno di noi non può essere in un solo modo anzi potrebbe avere caratteristiche che si inquadrano negli esempi di entrambe le categorie.
Dove è invece possibile distinguere con chiarezza le due categorie della Destra e della Sinistra è nel modo di concepire ideologicamente la scuola.
Non ho bisogno di rifare il gioco di cui sopra scrivendo ad esempio che il maestro unico è di destra, il team dei docenti è di sinistra o che tagliare le risorse è di destra mentre investire è di sinistra.altan-e-fine-sinistra
Non ho neanche intenzione di fingermi filosofo se affermo che le idee di scuola della Destra e della Sinistra sono profondamente diverse proprio a partire dalla diversa concezione dell’individuo e della società che esse hanno.
Un paio di esempi per spiegarmi meglio. Lo slogan della Destra “Meno Stato e più mercato” tradotto in ambito scolastico significa che la visione dell’uomo e la sua dimensione sociale sono subordinate a quella del mercato. Pertanto la scuola diventa un luogo dove formare individui che imparino a fare qualcosa che servirà in quel determinato momento ed in riferimento a ciò di cui necessita l’economia di mercato. La scuola, in conseguenza di questa visione, sarà costruita, organizzata, finanziata, valutata in base a quella concezione del mondo che si può riassumere con la famosa frase della ex Primo Ministro inglese, Margaret Thatcher: “La vera società non esiste: ci sono uomini e donne, e le famiglie. E nessun governo può fare nulla se non attraverso le persone. La gente deve guardare prima a se stessa. È nostro dovere badare a noi stessi e poi, prenderci cura del prossimo. La gente ha tenuto i diritti troppo in mente, senza obblighi, ma non può esistere un diritto senza che qualcuno non abbia prima incontrato un obbligo” (da un’intervista del settembre 1987).
Di contrasto l’idea della Sinistra di “Una scuola di tutti e di ciascuno” rimanda all’idea di un luogo accogliente nel quale mettere in atto una formazione, inizialmente di base e poi specifica, per i futuri cittadini. La scuola quindi diviene il luogo privilegiato dove tutti gli alunni possono imparare, dove i saperi e le relazioni hanno pari dignità, dove si immagina una persona da preparare perché possa affrontare in modo efficace le sfide della complessità, anche indipendentemente dalle logiche del mercato.
La scuola, in conseguenza di questa visione, sarà costruita, organizzata, finanziata, valutata in quanto primo luogo di partecipazione alla vita democratica del proprio Paese. Il riferimento più diretto è quello che si trovo nell’articolo 4 della nostra Costituzione: Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Destra e Sinistra sono dunque due categorie profondamente diverse.
Sorridendo, viene però da chiedersi come mai la parola “Destra” in inglese si traduca “Right” che in quella lingua vuol anche dire “Giusto“, mentre “Sinistra” in italiano significa anche “Sfavorevole, avversa, infausta, minacciosa“.
Se poi penso che se mettessimo “Destra” al maschile il significato di “Destro” diventerebbe quello di “Abile, accorto, sagace” e se facessimo la stessa cosa con il termine “Sinistra” il senso di “Sinistro” sarebbe quello di: “Incidente, disastro, sciagura“, ho la conferma che occorre lavorare moltissimo, anche sulle parole e sul linguaggio perché si possa consolidare una cultura di sinistra in un paese come il nostro.
Ecco perché apprezzo, condivido e provo a sostenere ciò che scrive Nichi Vendola: “Noi abbiamo l’obbligo di provare e riprovare a diffondere una cultura di sinistra“.
Ripeto, proprio e soprattutto, a partire dall’uso del vocabolario perché è nel riappropriarsi di certe parole che si possono valorizzare i contesti ideologici di riferimento e recuperare i nessi storici in cui crediamo.
Le differenze tra Destra e Sinistra ci sono eccome! Anche oggi! O ancor meglio: “La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica“.
La frase che ho riportato si trova in una bella intervista a Stefano Rodotà, apparsa qualche giorno fa su Repubblica, che qui trascrivo, accompagnata da una bella dichiarazione di sostegno alla sua candidatura a Presidente della Repubblica, espressa a suo tempo da un uomo di grandissimo impegno civile.
Credo che questo Paese sia ad altissimo rischio, sull’orlo del baratro e di una grande tragedia sociale. Penso che ci sia una persona come Stefano Rodotà che dà garanzie morali e civili e di impegno sui problemi delle persone: il lavoro, la sanità, la scuola.
Sono orgoglioso e contento di supportare una candidatura come quella di Rodotà, che mi sembra la persona migliore in questo Paese per portarci fuori dalla deriva (Gino Strada).
Stefano-RodotaDignità, la parola chiave
Intervista a Stefano Rodotà di Simonetta Fiori, da Repubblica, 23 luglio 2013
«Perché mi applaudono nelle piazze e nei teatri? In questi anni ho continuato a parlare di eguaglianza, lavoro, solidarietà, dignità. Sì, ho detto delle cose di sinistra, che nel grande silenzio della politica ufficiale hanno provocato un investimento simbolico inaspettato. Una reazione che naturalmente lusinga, ma mi crea anche qualche imbarazzo».

Il nuovo papa della sinistra «altra» — quella dei diritti, dei beni comuni, della Costituzione e della rete — ci riceve in una stanzetta della Fondazione Basso, a pochi passi dai palazzi della politica che ha sempre frequentato da irregolare. Ottant’anni compiuti di recente, giurista insigne con esperienza internazionale, Stefano Rodotà ha una biografia che racconta un pezzo importante di sinistra eterodossa. Una storia lunga che dice moltissimo sull’oggi, sulle partite vinte e su quelle perdute.
In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso.
«È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica».

Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione.
«Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona a homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità».
Una parola molto presente nella tradizione cattolica.
«In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo».

Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti?
«Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso ».

In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere.
«Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finché io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?».

No, molto chiaro.
«È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra».

rodotaLei cominciò nelle file radicali.
«No, in realtà esordii nell’Unione goliardica italiana, che era il movimento giovanile universitario. Lì è cominciata la mia storiella da cane sciolto. Lettore del Mondo ma insofferente alle chiusure anticomuniste di Pannunzio. Compagno di viaggio dei radicali, ma allergico all’autoritarismo di Pannella. Poi molto vicino al Psi guidato da De Martino, ma pronto a litigare con un arrogantissimo Craxi divenuto vicesegretario. Infine nella Sinistra Indipendente, che però era irregolare di suo. Non sono mai stato intrinseco a nessun partito. L’unico mio punto fermo sono stati i diritti».

La «storiella da cane sciolto» ha a che fare con la mancata elezione a presidente ella Repubblica?
«Forse sì, ed è per questo che non ci ho mai creduto. A un certo punto ho avvertito la necessità di metterci la faccia per impedire quello che poi è successo: le larghe intese e la pacificazione nazionale».

L’hanno accusata da sinistra di aver dato una sponda ai grillini.
«Semplicemente puerile. Era stato Bersani a cercare per primo l’intesa con loro, e allora mi apparve la cosa giusta».

Ma i Cinquestelle sono di sinistra?
«Non è facile rispondere. Dentro il movimento ho trovato dei contenuti che si possono riferire a una cultura di sinistra: diritti, ambiente, beni comuni. Ma quando s’è trattato di dare uno sbocco parlamentare a queste idee è arrivato l’alt di Grillo».

Che è tra quelli che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra.
«Appunto. Non è di sinistra. Ma ha saputo intercettare un desiderio di cambiamento diffuso nella società civile. L’ha interpretato sul piano della protesta, però non ha saputo dargli una traduzione politica, con l’effetto di sterilizzarlo ».

Perché il Pd non l’ha sostenuta nelle elezioni presidenziali?
«È un partito dall’identità debole, gli è parso troppo arrischiato affidarsi a una personalità fuori dalle righe. Sì, capisco che la scelta di fare una trattativa con i grillini avrebbe richiesto un po’ di azzardo. Ma il cambiamento richiede coraggio. E la sinistra è cambiamento».

Nessun risentimento?
«No, il mio giudizio è esclusivamente politico: hanno sbagliato nel rinunciare alla strada del cambiamento. E hanno sbagliato nel silurare Prodi. Quando seppi che Romano era il nuovo candidato del Pd, feci subito una dichiarazione pubblica in cui mi dicevo pronto al passo indietro. Sul treno per Reggio Emilia mi chiamò lui dal Mali. “Come mi dispiace Stefano, noi così amici e ora contrapposti”. Quando gli dissi del mio passo indietro, lui mi ringraziò per avergli tolto un peso».

Che effetto le fa essere acclamato in piazza come il nuovo papa rosso?
«Sono un po’ imbarazzato, e non so come uscirne. Naturalmente sono grato a tutte queste persone. Però il problema della sinistra non può stare sulle mie spalle. Dalle manifestazioni sulle leggi-bavaglio a quelle delle donne, dalle piazze studentesche al referendum sull’acqua, esiste un’altra sinistra che la politica istituzionale si ostina a non vedere. Intorno a questo mondo è possibile costruire».