Gli orientamenti, le ipotesi politiche e le scelte di determinati governi, in un certo periodo storico, vengono definiti in forma metaforica: orizzonte, panorama ed in altri modi. Credo che quello attuale possa a giusta ragione essere definito: uno “scenario politico” per gli evidenti aspetti di teatralità che lo caratterizzano.
Ogni singolo aspetto di questa “rappresentazione” è preoccupante: dal grande “sipario” che nasconde ciò che succede sul palco ma lascia intravedere movimenti sospetti, ai “tempi” giocati ad arte alternando brevi pause a ritmi concitati, ai “fari” che illuminano ciò che si vuole mostrare ma che oscurano la verità, alla inconsistente “recitazione” dei “politici-attori” impreparati e poveri culturalmente. La “compagnia teatrale” composta dai ministri di questo governo, interpreta pateticamente un copione che, nel primo atto, racconta di giganti accecati da una furia distruttrice i quali, senza alcun senso critico, distruggono apparentemente senza uno scopo.
Nel secondo atto, invece, lo “spettatore” si trova di fronte alle macerie e ad una ricostruzione tanto affrettata quanto insensata, spudorata e spregiudicata.
La “scenografia” finale, evidenziata da luci artificiali e sottolineata da una “colonna sonora” disarmonica, è inquietante ma chiara: l’immagine è quella di un paese falso e spietato, dove non c’è posto per gli altri, dove la competizione regna sulla solidarietà, dove il potere sopprime gli individui e dove la paura è il sentimento più diffuso.
Fuor di metafora, l’attuale scenario politico non lascia incertezza alcuna nell’interpretazione di ciò che questo governo intende fare.
Per quanto riguarda la scuola italiana, la politica aziendalista, efficientista, competitiva, selettiva del governo Berlusconi non concede dubbi: la scuola pubblica deve essere svalutata, devono essere demoliti tutti quegli aspetti di democrazia, di pluralismo, di solidarietà che possono contribuire alla crescita critica di una persona.
Nella scuola elementare il gruppo docente viene spezzato a vantaggio di un maestro prevalente che, quasi con onnipotenza, si dovrà occupare dell’insegnamento, dei rapporti con i genitori, della valutazione.
L’anticipo scolastico per i bambini e le bambine della scuola d’infanzia ed elementare mostra la voglia di far crescere velocemente ed artificialmente le persone, di far fare da subito cose da adulti a chi ha tutto il diritto di reclamare il rispetto dei suoi tempi di apprendimento, di gioco, di socializzazione. Per scelta la scuola primaria, dal nido alle elementari, è quella maggiormente colpita da questa controriforma proprio perché fondamentale per la maturazione dei bambini e delle bambine ed anche perché è stata riformata di recente dai precedenti governi.
La scelta del proprio percorso formativo in età precoce va soltanto a vantaggio di una scarsa preparazione intellettuale e di un mercato del lavoro che sembra essere l’obiettivo primario dell’istruzione ancor prima che “la formazione dell’uomo e del cittadino” come recita la Costituzione della Repubblica Italiana.
L’eliminazione dell’obbligo scolastico spiega quali sono le aspettative di questi governanti rispetto ai futuri cittadini: li vogliono impreparati, ignoranti, acritici e quindi maggiormente condizionabili.
La “censura” preventiva sui libri di testo, che dovranno essere sottoposti al vaglio di una Commissione prima di essere diffusi, la dice lunga sui meccanismi di controllo da Grande Fratello del governo Berlusconi: la bellissima frase di Francesco De Gregori “la storia siamo noi…” l’hanno fatta diventare “la storia la decidiamo noi!”
Fra i tanti, uno degli aspetti più eclatanti, è la progressiva eliminazione dalla scuola pubblica della stragrande maggioranza degli alunni con handicap, che hanno costituito uno dei veri motivi di ricerca e sperimentazione metodologica e di innovazione didattica della scuola. Il pensarli in scuole speciali ed in scuole particolarmente potenziate (vedi documento Bertagna) fa capire quanto manchi a questo governo l’intelligenza e la sensibilità.
Certo questa è una affermazione pesante ma come interpretare diversamente i segnali che ci arrivano? I tagli al personale, la drastica riduzione delle deroghe, la proposta di variare il già vergognoso rapporto fra alunni disabili e posti di sostegno (1 ogni 138 alunni “normali”), l’aumento di fatto del numero di alunni disabili in una singola classe e, da ultimo, il richiamo proprio alla legge 104 per ridurre ulteriormente i posti di sostegno distinguendo fra disagio ed handicap.
Infatti nella relazione del sottosegretario Valentina Aprea alla Commissione Integrazione, è sottolineato con forza l’aumento delle certificazioni che, a suo avviso nasconde la “deriva” del concetto di persona handicappata, da una precisa concezione di situazioni psicofisiche o di invalidità sensoriale, verso il concetto generico di “disagio sociale” estraneo agli articoli 12, 13, 14 della legge 104 del 1992.
L’analisi però è incompleta, parziale e sbagliata: la relazione non fa riferimento all’articolo 3 della legge 104/1992 che recita: “È persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione” bensì ad altri articoli (12. diritto all’educazione e all’istruzione, 13. integrazione scolastica e 14. modalità di attuazione dell’integrazione) che non definiscono i “soggetti aventi diritto”.
Tale distinzione proposta fra “handicap” e “disagio sociale” offre una lettura molto restrittiva di “persona handicappata” finalizzata soltanto alla riduzione del personale. Non è un caso infatti che nella stessa relazione poco più avanti nel testo venga denunciato l’alto numero di insegnanti di sostegno e l’eccesso di deroghe.
Altri aspetti trattati sono poi quelli della incompetenza degli insegnanti di sostegno, del loro ruolo e della loro continuità. Nel caso della incompetenza si generalizzano situazioni limite e si approfitta del caos nei corsi di formazione per addossare ai soli insegnanti di sostegno la responsabilità dell’integrazione scolastica che invece dovrebbe coinvolgere l’intera comunità scolastica.
In merito al ruolo si evince l’obbligo di rimanere nel tipo di posto di sostegno per tutta la carriera: a mio avviso tale soluzione è un grande limite che deprime la professionalità e la motivazione degli insegnanti. Il fenomeno del “burn out” è una realtà che esiste e che, se non affrontata adeguatamente, potrebbe scoppiare. Immagino una preparazione simile per tutti i futuri insegnanti in modo che tutti si sentano professionalmente pronti ad affrontare le tematiche della persona con e senza disabilità. Immagino anche competenze specifiche ma non da condizionare a vita in un ruolo. A proposito della continuità degli insegnanti di sostegno poi ritengo che sia la continuità su progetto didattico a dover essere richiamata con forza a vantaggio degli scolari e delle scolare ancor prima che la continuità delle persone.
È la lettura incrociata di diverse proposte legislative (la finanziaria 2003, la legge delega, la proposta Bertagna non del tutto scomparsa, la possibilità di emanare liberamente decreti, la devolution) che preoccupa seriamente poiché fa capire che, per questi governanti, la “persona handicappata” rappresenta una spesa, uno spreco e quindi è un problema da “ridurre”, da “eliminare”.
zeroL’Italia è un paese che ha norme legislative di altissimo livello, che ha esperienze diffuse di “buone prassi” e tutte le nazioni europee (e non solo) guardano con estrema attenzione all’Italia come paese all’avanguardia per quanto riguarda l’integrazione scolastica degli alunni disabili nelle classi comuni della scuola pubblica. La relazione Aprea di questo non parla e non è un caso visto che il nostro modello di integrazione sta per essere smantellato e demolito da questo governo.
Non uno di meno” era uno dei concetti base di Don Milani, uno dei più importanti educatori moderni; “non uno di meno” è lo slogan ancora attuale da tradurre nella pratica per evitare una dispersione scolastica che, viste le premesse, rischia di divenire dilagante. Occorre una grande mobilitazione: determinata, capillare, continua, coerente, competente per riaffermare quotidianamente con l’impegno e con i fatti che l’integrazione scolastica non è una spesa ma rappresenta uno straordinario investimento culturale e sociale.