Quando ho letto la notizia che il governo Meloni, nonostante i gravi problemi che sta vivendo il nostro Paese, insiste sul mettere il tetto del 30 per cento degli alunni stranieri nelle classi, mi è venuto in mente un libro di Matilde Serao del 1896; si intitola “Trenta per cento”.
Non parla di scuola, parla di banche ed è un racconto di critica sociale che fotografa la disperazione economica e l’ingenuità delle classi popolari e della piccola borghesia napoletana della fine dell’Ottocento.
La storia ruota attorno a una clamorosa truffa, orchestrata da una speculatrice che apre un sedicente banco di pegni e investimenti nel cuore di Napoli, promettendo un guadagno tanto sorprendete quanto irrealistico: il 30% di interesse sulle somme depositate.
La promessa di un guadagno così facile e immediato scatena una vera e ore propria psicosi collettiva.
Inizialmente, il meccanismo funziona perché i primi fortunati investitori vengono pagati usando i soldi dei nuovi clienti. Questo successo iniziale attira ancora più persone. Tuttavia, una volta accumulata una fortuna immensa, la speculatrice sparisce nel nulla, lasciando la folla dei risparmiatori sul lastrico, sprofondati nella miseria più assoluta e nella disperazione.
130 anni dopo quel romanzo, una Presidente del Consiglio ha “interesse” a mettere un tetto del 30% al numero degli alunni stranieri nelle classi della scuola pubblica non tanto perché il fenomeno sia dilagante o richieda un’organizzazione urgente ma per continuare a fare campagna elettorale sulla paura: quella delle bambine e dei bambini “stranieri” che metterebbero in minoranza le bambine ed i bambini italiani.
Quello che mi interessa affermare è la forza che può avere un numero quando viene trasformato in una soluzione.
Trenta per cento. Perché proprio trenta?
Una classe con il 29 per cento di bambini che non conoscono ancora bene l’italiano è una classe che può funzionare, mentre una classe con il 31 per cento diventa improvvisamente un problema?
E se quei bambini sono nati in Italia? E se parlano italiano? E se hanno frequentato la scuola dell’infanzia? E se invece sono arrivati da pochi mesi e hanno bisogno soprattutto di imparare la lingua?
Il decreto prova a distinguere alcune di queste situazioni. Nella scuola primaria il limite riguarda infatti gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia e non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia.
Ma allora la domanda diventa un’altra.
Perché continuare a contare la cittadinanza quando il problema che vogliamo affrontare è la conoscenza della lingua?
A scuola io non ho mai davanti una percentuale. Io ho avuto davanti bambine e bambini, con nomi, storie, paure, capacità, difficoltà, curiosità, sogni, speranze.
Ho avuto bambini arrivati da altri Paesi che parlavano italiano meglio di qualche loro compagno nato qui. Ho avuto bambini italiani che avevano bisogno di molto più aiuto di altri bambini stranieri. Ho visto classi con lingue diverse diventare comunità e classi molto più omogenee diventare luoghi nei quali qualcuno rimaneva comunque indietro.
La vecchia indicazione del 30 per cento esisteva già dal 2010 e le successive linee guida sull’integrazione hanno sempre sottolineato la necessità di evitare concentrazioni problematiche, accompagnando però questo obiettivo con interventi di accoglienza, partecipazione delle famiglie e sostegno all’integrazione.
Questo decreto legge invece sembra voler penalizzare le famiglie anziché accoglierle, sembra sostenere la disintegrazione piuttosto che l’integrazione.
Una scuola nella quale molti bambini non riescono a comprendere la lingua utilizzata dall’insegnante ha bisogno di strumenti, risorse, insegnanti preparati, mediatori, tempo.
Ma spostare i bambini da una classe all’altra non significa automaticamente risolvere il problema.
Anzi, c’è il rischio di spostare semplicemente il problema insieme ai bambini.
E allora mi torna in mente Matilde Serao.
Non per il contenuto della sua storia, naturalmente ma per quel numero che diventa protagonista: trenta per cento. Un numero preciso, semplice, rassicurante.
A scuola, però, i numeri possono essere utili per descrivere la realtà: lo sono molto meno
quando pretendono di sostituirla.
Una classe non è una percentuale ma è (o dovrebbe essere) una comunità.
E una scuola che vuole davvero integrare non dovrebbe chiedersi soltanto quanti bambini stranieri ci sono dentro una classe.
Dovrebbe chiedersi soprattutto: che cosa possiamo fare perché ciascuno di quei bambini possa imparare, insieme agli altri?
Forse è questa la percentuale che ci manca: il cento per cento.
Quello dei bambini e delle bambine ai quali dobbiamo garantire il diritto di stare bene a scuola, imparare e sentirsi parte della comunità.
Non il 30%. Il 100%.
Riassumendo: un governo che mette un tetto al numero di alunni stranieri nelle classi “perché i bambini italiani non si sentano in minoranza”, che proibisce che si parli a scuola di educazione affettiva, che non si interessa più di come sta andando il processo di integrazione di alunni con disabilità, che toglie risorse alla scuola pubblica per finanziare i privati è un governo di “cioccapiatti” che crea falsi problemi per pura propaganda elettorale, che boccia la sua scuola e che promuove l’ignoranza, che rinuncia all’inclusività e che favorisce la separazione, che rifiuta di affrontare i problemi veri, che gode dei conflitti che crea, che non si interessa di istruzione ma di distruzione.
Spero davvero che le maestre ed i maestri, le professoresse ed i professori prendano parola e si facciano sentire, che dimostrino, concretamente nelle classi, che integrazione è crescita, che inclusione è ricchezza, che una scuola fatta bene è una delle risorse più importanti per creare un futuro migliore.

P.S. Sono figlio unico quindi non ho sorelle o fratelli…d’Italia e nemmeno parenti di bassa lega.

La vignetta sopra è del bravissimo Mauro Biani