La nuova denominazione di “Ministero dell’Istruzione e del Merito”, oltre ad essere molto ambigua, è decisamente anticostituzionale ed offensiva.
La finalità educativa della scuola pubblica è quella di istruire e di educare tutti cioè di dare a tutti uguali opportunità per poter “portar fuori” [1] il meglio che c’è dentro; non è quella di “fare parti uguali fra disuguali” [2]: altrimenti chi ha di più avrà sempre di più.
La Costituzione italiana non è meritocratica ma vuole mettere tutti nelle condizioni di “arrivare ai gradini più alti degli studi”.
Il neo ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, in occasione del dibattito sulla fiducia al nuovo governo, ha dichiarato: “La scuola è l’infrastruttura più importante del Paese. <…> Tengo a evidenziare che il Merito, che il governo medesimo ha voluto aggiungere nella denominazione del Ministero dell’Istruzione, è anzitutto un valore costituzionale, chiaramente affermato e declinato dall’articolo 34 della Costituzione”.
Il ministro ha fatto due affermazioni molto discutibili che critico: dapprima ha definito la scuola come una infrastruttura al pari di una strada, un porto o una ferrovia invece io credo, come diceva Piero Calamandrei, che la scuola sia un organo costituzionale.
In secondo luogo ha definito il merito un valore costituzionale travisando completamente il senso degli articoli 3 e 34 della Costituzione che invece promuovono la pari dignità e l’uguaglianza fra i cittadini e intendono rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.
Secondo papa Francesco, “la meritocrazia tanto osannata è un disvalore” perché “usa una bella parola, merito, in modo ideologico e la perverte. La meritocrazia è una legittimazione etica della disuguaglianza”. [3]
La meritocrazia, secondo la Scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani “fa le parti uguali tra diseguali” (Lettera a una professoressa), approfondendo le distanze e la diseguaglianza. [4]
Il professor Andrea Canevaro ha spiegato in maniera egregia il pericolo della “meritocrazia” in una parte della conversazione con Emilia De Rienzo ripresa in un articolo intitolato: “Scuola, meritocrazia e imprevisti”. [5]
Merito è una parola molto utilizzata, soprattutto nel suo derivato meritocrazia. Uno degli obiettivi, e uno dei vanti, di un certo modo di proporre un progetto politico fa riferimento alla necessità di restaurare i principi meritocratici. Che, nella corruzione delle parole, sono intesi come meriti da confermare. Chi nasce fortunato, e chi nasce sfortunato. Secondo questo presupposto, i principi meritocratici possono essere interpretati come l’individuazione il più possibile precoce dei fortunati, i meritevoli, che devono ricevere tutte le attenzioni. Mentre gli altri, gli sfortunati immeritevoli, devono essere messi in condizione di non far perdere tempo, energie e soldi. Per questo, coerentemente, è non solo inutile ma dannoso come ogni sperpero: organizzare tempo pieno scolastico, insegnanti specializzati per l’integrazione, compresenze, e altri accorgimenti didattici. E nelle università è dannoso perdere tempo, energie e soldi per la ricerca didattica che tenga conto dei bisogni speciali di alcuni, gli sfortunati. In questa impostazione, risultano spese improduttive quelle che riguardano quel settore che viene sovente indicato come “il sociale”, e che si occupa di soggetti problematici (sfortunati e immeritevoli).
<…> È evidente che questa concezione di principi meritocratici ha un risvolto economico di grande importanza. L’individualismo di questi principi è rinforzata, e si rinforza, con una dimensione individualistica dell’economia. <…>
Il merito, e il demerito, come destino, favorevole o avverso, ma sempre individuale. E il merito come carta di credito ricevuta dalla fortuna e che permette di sfuggire al faticoso calcolo della realtà, al pesante sacrificio che rende possibile ciò che si desidera. Mette fuori gioco la fatica del lavoro per un progetto. Mette fatica e strategia al servizio della caccia alla fortuna. Illude che si possa vivere avendo immediatamente ciò che si desidera e che non si è ancora conquistato. E quindi deforma la percezione della realtà: viene ingigantito mostruosamente il presente, cancellando o quasi passato e futuro. È uno dei motivi della diffusione di quel tipo di malessere che chiamiamo “disturbo della bipolarità”, che alterna momenti di euforia e momenti di acuto senso dell’inutilità e del fallimento, e che può portare a consumi rischiosi.”
Sarebbe bello se il Ministero tornasse ad essere quella della “Pubblica” Istruzione ma da chi sta in fondo a destra non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso che un “Merito” che la scuola italiana non meritava.
Per la cronaca, uno fra gli anagrammi di “Meritocrazia” è “Zero Ricamati” a cui attribuisco il significato di una forte svalutazione dei meno fortunati (Zero), edulcorata da frasi di facciata (Ricamati) che nascondono un’ideologia pericolosa secondo la quale le persone devono poter essere messe in classifica, in modo da stabilire chi viene prima e chi dopo, chi tenere e chi buttare, chi premiare e chi punire.
A questa idea di scuola “nera” occorre contrapporre nella pratica quotidiana in classe e nel dialogo con le famiglie “una scuola di tutti i colori” in cui i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze siano messi nelle condizioni ottimali per sviluppare le proprie diverse intelligenze, le proprie capacità, le proprie qualità e le proprie individualità.
Detta in altre parole: sogno una scuola che cambi la scuola.

P.S. L’immagine di copertina è di Altan. Quello nel post è di Mauro Biani.

Note:
[1] https://www.treccani.it/vocabolario/educare/

[2]Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali”, Don Milani

[3] Genova, discorso agli operai dell’Ilva, 27 maggio 2017.

[4] https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/10/25/istruzione-e-merito-sono-allibito-dalla-disinvoltura-di-chi-giura-sulla-costituzione/6849755/

[5] https://comune-info.net/scuola-meritocrazia-e-imprevisti/