Oggi è il 5 novembre e il 5 novembre del 1935 la Parker Brothers pubblicò negli Stati Uniti il gioco da tavolo Monopoly; in Italia, il Monopoli uscì l’anno dopo.
Il gioco prende il suo nome da “monopolio” cioè il controllo del mercato da parte di un singolo padrone, produttore o venditore, che dir si voglia.
Orsù, confessiamolo… almeno una volta ci abbiamo giocato tutti e non credo che questo abbia condizionato il nostro modo di concepire il mondo: non siamo diventati monopolisti o capitalisti perché abbiamo giocato a Monopoli.
Questa ricorrenza però mi fa pensare che, quando ascolto con “orecchio acerbo” certi “giochetti” linguistici che hanno imposto nella scuola attuale, qualcosa di strano ci sia… qualcosa che può, secondo me, condizionare il modo di vedere il mondo della scuola.
Ho sempre più perplessità sull’uso delle parole calate da un contesto (aziendale: del mercato) e trasportate ad un altro contesto (educativo: quello della scuola) e mi convinco sempre più che qualche cambiamento lo possano produrre nell’immagine che si offre del contesto scuola.
A uno come me, che concepisce la Scuola come organo costituzionale, fa proprio un brutto effetto sentir parlare di BILANCIO delle competenze , di Piano dell’OFFERTA Formativa, di CONTRIBUTO volontario, di DIRIGENTE scolastico, di PORTFOLIO docenti, di RENDICONTAZIONE sociale, di DEBITI e CREDITI formativi, di una quantità eccessiva di acronimi bruttissimi e di tutti quei termini anglosassoni.
Quello che voglio dire è che i pensieri sono proporzionati alle parole che si hanno; se se ne usano poche, si pensa poco, se si usano sbagliate, si pensa in modo sbagliato.
Molto meglio di me lo scriveva Gorgia da Lentini nel 415 a.C.: “La parola è un potente sovrano, che, con corpo piccolissimo e del tutto invisibile, compie opere assolutamente divine: ha, infatti, il potere di far cessare il timore e di eliminare il dolore e di suscitare letizia e di accrescere la compassione”.
Non lasciamo quindi le parole della scuola in mano a certi monopolisti o aziendalizzatori.
Riprendiamoci le parole, riappropriamoci del loro significato costituzionale, “riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l’abbondanza” [1].
[1] “E siamo noi a far bella la luna con la nostra vita coperta di stracci e di sassi di vetro.
Quella vita che gli altri ci respingono indietro come un insulto, come un ragno nella stanza.
Ma riprendiamola un mano, riprendiamola intera, riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l’abbondanza (da “Ho visto anche degli zingari felici”, Claudio Lolli, 1976).
Mi piace. Molto.
T’invito ad unirti a questo gruppo dove si discute del tema degli anglicismi.
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Ti aspettiamo.
Giuseppina