Un paio di mesi fa, mia figlia mi ha invitato ad un concerto insieme ai suoi amici. Non conoscevo quel gruppo ma la mia curiosità musicale, stimolata anche dal loro strano nome, mi ha fatto accettare volentieri.
Il concerto era quello dei Fast Animals and Slow Kids (tradotto: Animali Veloci e Bambini Lenti) o meglio conosciuti anche con l’acronimo di FASK.
Il loro nome è singolare perché è stato preso da una gag dei Griffin; i brani sono originali sia perché sono composti da loro ma anche perché trattano soprattutto di emozioni “tristi” o comunque “pesanti”. Gli arrangiamenti sono davvero carichi ed energetici per rimarcare e amplificare il contenuto. La buonissima presenza scenica è un altro elemento che possiedono, oltre alle altre ottime qualità musicali che ho apprezzato molto. Davvero un bellissimo concerto che mi ha portato, nei giorni successivi, ad ascoltare gli altri loro dischi.
Uno fra i brani che mi piacciono di più è “Forse non è la felicità” che alla fine recita: “Forse non è la felicità ciò che voglio ma un percorso per raggiungerla. Un’alpinista che non vorrà quella vetta ma solo il rischio di cadere giù”.
Mi piacciono queste frasi, che ho addirittura cantato a squarciagola fra il pubblico, perché credo ci siano molte più cose da cercare e da scoprire durante il percorso di quelle che può offrire il traguardo finale.
Anche a scuola, a mio modo di vedere, ha un valore enorme il percorso che si fa insieme ai bambini e alle bambine rispetto ai traguardi finali prefissati.
La promozione di fine anno, come la felicità, non valgano poi molto se il percorso svolto non gli ha lasciato dentro qualcosa di significativo, qualcosa che li abbia educati a vedere l’altro in se stessi, aiutati a riflettere, resi capaci di imparare ad imparare e, soprattutto, fatti crescere.
Un percorso vissuto insieme intensamente invece può dare senso, significato e grande valore alla maturazione individuale e collettiva.
Il nome dei FASK fa riferimento alla lentezza dei bambini; questa, in effetti, non è ben vista nel nostro contesto attuale perché la società in cui viviamo è frenetica e competitiva ed impone loro di crescere velocemente.
Purtroppo non ci si preoccupa abbastanza del bisogno dei bambini di essere e di vivere da bambini, non ci si interessa molto del fatto che si cresce meglio se si è “coltivati” con cura ed impegno nel rispetto dei tempi di ciascuno, non si rispetta troppo il loro diritto di voler vivere il presente in maniera “infantile”.
Per questo, molte cose importanti rischiano di essere trascurate.
Una di queste è sicuramente il riconoscimento delle proprie emozioni, il saperle distinguere, il saperle gestire, il saperle riconoscere in sé e negli altri, il saper dar loro un nome.
In sintesi, credo che oggi ci sia un gran bisogno di una vera e propria alfabetizzazione delle emozioni.
Prendiamo, ad esempio, la rabbia; è una delle emozioni principali, appartiene a tutti noi indipendentemente dall’età, dalla cultura e dall’etnia di appartenenza. Spesso la si considera negativa ma è comunque un’emozione normale, naturale ed umana perché “è una irritazione violenta prodotta dal senso della propria impotenza o da un’improvvisa delusione o contrarietà, che esplode in azioni e in parole incontrollate e scomposte” (Treccani) ma che, in alcuni casi, è repressa o inibita.
I bambini e le bambine hanno bisogno di imparare a conoscerla e a controllarla per star meglio con sé e con gli altri… (la stessa cosa, sinceramente, potrebbe riguardare anche molti adulti).
Qualche giorno fa in classe, dopo un episodio successo in giardino, abbiamo parlato ed ho chiesto ai bambini e alle bambine: Tu cosa fai quando senti arrivare la rabbia?
Queste le loro risposte:
– Quando mi arrabbio io prendo il nero e scarabocchio su un foglio.
– Sto da solo e mi sfogo dando i pugni al divano; dopo mi addormento.
– Quando sono a scuola mi passa se gioco con i rami secchi; quando sono a casa mi passa guardando la tv.
– Sbatto le porte.
– Vado in camera mia e ci resto finché non mi passa.
– Prendo il mio pappagallo, me lo metto sulla mano, corro in camera da letto, mi metto sul cuscino e lo accarezzo.
– Do dei pugni agli altri nella schiena.
– Guardo dei video in camera mia.
– Urlo nel cuscino.
– Do dei pugni così mi fa passa la rabbia.
– Sto con il mio gatto oppure do i pugni al cuscino.
– Mi metto a letto con il cuscino in testa e il mio cane sulla pancia.
– Quando mi viene la rabbia quella mi passa da sola in pochi secondi.
– Do dei pugni a qualcosa.
– Proprio non lo so.
– Corro subito nell’angolo dei cuscini finché non mi passa.
– Pesto i piedi per terra o coloro di rosso un foglio.
– Prendo il mio punching ball poi gli do dei calci e dei pugni forti finché non mi va via.
– Nascondo la testa dentro lo zaino.
Nel momento in cui i bambini e le bambine, insieme in classe, pronunciano e ascoltano queste “confessioni”, stanno facendo un’operazione importante di condivisione e di maggiore consapevolezza di sé e delle proprie emozioni, stanno guardandosi allo specchio, si stanno concedendo la lentezza di cui hanno bisogno, stanno decidendo di regalare agli altri la “chiave” per farsi conoscere, stanno scoprendo che nel “noi” c’è un “io” allo specchio e, spero, si stiano rendendo conto che “forse non è la felicità… ma un percorso per raggiungerla“.
Comunque la pensiate, buon percorso.

P.S. I disegni del post sono fatti dai bambini della mia classe e sono autoritratti di se stessi arrabbiati.
Buongiorno Mauro
è una riflessione interessante. Proprio alcuni giorni fa una amica/collega raccontava di sua figlia adolescente (16 anni) sempre arrabbiata, scontrosa , intrattabile. Questa ragazza ha un dsa . “Eh .. ci credo che è arrabbiata!!!!!” le ho risposto.
Io come genitore di un figlio con dsa le ho raccontato la mia esperienza . La loro fatica e la loro rabbia giustificata da questa enorme sofferenza nel sentirsi “diversi” dagli altri . La diversità nei tempi e nei modi che la scuola , la famiglia e il modo intorno non concepiscono.
Ho consigliato a questa mamma la comprensione e la condivisione . Perché dietro ad una forte reazione esiste sempre una emozione , uno stato d’animo, che va compreso e condiviso , sia che siamo genitori o educatori. Proprio perché il percorso sia una crescita al di là del risultato finale.
Grazie Mauro e buona domenica