Quando sono a Bologna e ho un po’ di tempo vado nel quartiere Navile a visitare un luogo un po’ particolare, una sorta di circolo magico, una specie di Stonehenge della bassa.
Si tratta di una rotonda stradale un po’ strana che, all’apparenza, non ha niente di diverso da altre rotonde che si possono trovare in tante altre città ma che nasconde un’opera d’arte ben camuffata da una serie di cartelli stradali… anzi, l’opera è proprio l’insieme di quei cartelli.
È la rotonda Gualandi, al cui centro sono sistemate dodici segnalazioni, del tutto originali, di luoghi realmente esistenti; infatti:
– indicano località che distano decine di chilometri oppure decine di migliaia di chilometri;
– il nome delle sette località straniere è scritto nello stesso modo in cui si pronuncia;
– le cinque località italiane, tutte emiliane, sono piccole frazioni con un nome buffo.
Se vuoi andare da Bologna a “Niuiorc” (New York) si gira di qua, come pure per andare a “Sanmisel” (Saint Michel) mentre per andare a “Iuston” (Houston) si volta di là. Gli altri cartelli ti mostrano come andare a “Uosinton” (Washington), “Uoterlo” (Waterloo), “Ottaua” (Ottawa) e addirittura nella penisola del “Chebec” (Québec).
Non mancano località emiliane con un nome singolare: Ziribega, frazione del comune di Valsamoggia (Bologna), Sozzigalli nel comune di Soliera (Modena), Zenerigolo, frazione di San Giovanni in Persiceto (Bologna) e anche Gambulaga e Cocomaro di Focomorto (nel Ferrarese).
La provocazione artistica, pensata e realizzata da Riccardo Chiesi (pittore e scultore di San Giovanni in Persiceto) in maniera volontaria e gratuita, rientra in un «Patto di collaborazione» con il Comune per la riqualifica della rotonda.
Andare in “pellegrinaggio” in questo posto anche solo per pochi minuti, nel mio piccolo vuol dire rendere omaggio alla grande creatività dell’autore che, con la sua ironia, riesce a farci volare lontano nel mondo pur rimanendo con i piedi ben piantati nelle nostre radici.
Il suo è un modo semplice, leggero e bello per farci sentire tutti cittadini del mondo.
Comunque la pensiate, grazie a Riccardo Chiesi, in arte Chicchi.

Riccardo Chiesi, in arte Chicchi, nacque nel 1946, come tutti del resto.
Sculture e pirografie furono i suoi primi cimenti, seguiti da splendidi lavori all’uncinetto.
Cominciò ad esporre le sue cose un po’ dappertutto, beccandosi un paio di denunce per atti osceni in luogo pubblico e riconoscimenti vari (fu riconosciuto e inseguito da suo cugino all’uscita del casello di Pescara sulla A14).
Spronato da amici e da estimatori, iniziò a partecipare a mostre e concorsi, vincendo un phon e una pianta di ficus al gioco dei tappi.
Dopo un lungo travaglio interiore, dovuto anche all’enorme quantità di cibo che normalmente ingurgita per trovare ispirazione, è pervenuto definitivamente alla pittura con sperimentazioni tra il metafisico e il surrealista. Il suo amore per la terra natia esplode nelle vaste panoramiche, negli spazi aperti in cui sono presenti tracce dell’uomo, che però non appare mai: un passaggio a livello, un cartello pubblicitario, segnali stradali che indicano probabili mete, messi lì a guisa di sigillo, come i salami e le lische di pesce di jacovittiana memoria.
Una provincia reinventata è il tema dominante dei periodi che contraddistinguono la sua prolifica stagione creativa: il larghismo e il lunghismo nella cui spazialità l’Artista ha riversato la sua fame di grandi orizzonti, cui si aggiunge il cinismo (da cinèn, piccolo) opere ridotte come dimensioni ma grandi come latrici delle universali pulsioni che nascono dal suo inesauribile desiderio di conoscenza: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Non avremmo fatto meglio a stare a casa?

P.S. Il titolo del post è la traduzione maccheronica della domanda: “Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?”