Ieri ho letto che il maestro Giovanni Cagnassi ha inviato una lettera contenente una richiesta ai responsabili della mostra “Egitto. Dei, faraoni, uomini” che si tiene a Jesolo dal 26 dicembre. In occasione della visita didattica con i suoi alunni, il maestro ha chiesto di coprire o togliere la statua “itifallica” (con il pene in erezione) del dio della fertilità Min.
Nella sua lettera scrive infatti “Come insegnante vi chiedo di coprire o togliere la statuetta in questione dalla visione dei miei alunni quando parteciperanno alla visita scolastica prenotata da tempo. Non posso esimermi come educatore dall’interrogarmi se sia prematuro mostrare simili rappresentazioni della corporeità umana in palese esibizione erotica a bambini che in molti casi non ne hanno ancora piena consapevolezza. Nel dubbio vi prego di rispettare la mia richiesta che ritengo fin d’ora vincolante per la conferma della visita programmata con gli alunni minori sotto la mia responsabilità”.
Pur non essendo in condizione di dar giudizi credo che, se il mio collega si fosse informato prima, avrebbe potuto scegliere se far partecipare o meno la sua classe alla mostra, senza dover fare una simile richiesta agli organizzatori della mostra.
Per quel che può servire dico che, se avessi programmato quella visita, la avrei preparata e non avrei nascosto la visione di quella statua anzi ne avrei spiegato il significato.
Immagino che, dietro la richiesta del maestro Cagnassi, ci sia, oltre alla legittima preoccupazione di non turbare i bambini, un modo di concepire la scuola separato dalla realtà, come se a scuola di certe cose non se ne dovesse parlare.
Potrei sbagliarmi visto che mi baso solo sulla cronaca giornalistica e allora chiederei scusa ma mi viene da pensare che il collega non abbia previsto né la possibilità di spiegare ai suoi bambini che cosa avrebbero visto e nemmeno la loro capacità di comprendere.
Pur interrogandomi su ciò che quella visione avrebbe potuto suscitare su dei bambini di 8/9 anni, credo che se noi educatori vietassimo ai nostri alunni di vedere cose simili, o non permettessimo di affrontare certi discorsi o scappassimo di fronte ad una domanda scabrosa oppure sgridassimo qualcuno per aver pronunciato una parolaccia senza verificare se chi l’ha detta conosca davvero il suo reale significato, non avremmo la fiducia dei nostri alunni e soprattutto insegneremmo ad agire con malizia e non ad affrontare la realtà per quello che è.
Sicuramente spiegare certe cose costa fatica ma trascurarle crea indubbiamente cattive relazioni fra insegnante ed alunni e una relazione cattiva non produce di certo un apprendimento buono.
Nei film alla televisione o al cinema, nei video sui tablet o sugli smartphone, nei racconti o nei giornali dei fratelli più grandi o magari anche in altri contesti, i bambini vedono e sentono molte più cose di quante noi adulti possiamo immaginare.
I bambini le vedono e le ascoltano ma non sempre sono in grado di capirle.
Ecco perché poi, con i loro modi, si rivolgono a noi grandi facendoci domande, alludendo e talvolta sfidando e provocando.
Sta a noi adulti rispondere. Sta a noi educatori spiegare.
Non sto dicendo che sia facile ma sto affermando con convinzione che è necessario fare uno sforzo per non rinunciare a questa sfida educativa.
Ho sentito bambini chiedere dove si trova il “monte di Venere” con la malizia di chi sa che non si sta parlando di una cima dell’appennino tosco emiliano; ho ascoltato bambini invitarne altri ad andare a “Fanculo” consapevoli che non si trattava di un invito ad una ridente località turistica; ne ho uditi altri dare del “mongolo” ad un compagno sapendo che non proveniva dalla Mongolia; altri ancora che parlavano dei propri “gioielli di famiglia” e non alludevano agli anelli, ai bracciali o alle collane della mamma; ho sentito qualche bimbo che non voleva riferire “la parola con le due zeta” che seguiva l’espressione “testa di...” che aveva appena dedicato ad un suo compagno senza avere nessuna intenzione di paragonare la testa del compagno ad una pizza.
Quasi sempre ognuno di questi bambini aveva una sua idea maliziosa di quelle parole ma molto spesso questa non corrispondeva al suo significato reale.
I bambini hanno bisogno che qualcuno gli spieghi certe cose senza pudore e senza vergogna, altrimenti si creano la loro personale rappresentazione di quelle cose.
Io non so se, come maestro elementare, il mio atteggiamento educativo sia quello giusto e valido per ogni situazione ma di fronte ai bambini che tentano di sorprendermi a volte cerco di rispondere con un’altra sorpresa: quella della leggerezza delle parole; di fronte ai bambini che sembra vogliano provocarmi rispondo con un’altra provocazione: quella della naturalezza della verità; di fronte ai bambini che sembra abbiano voglia di sfidarmi provo a regalare un’altra sfida: quella di una spiegazione il più possibile semplice e di fronte ai bambini che chiedono perché vogliono sapere, cerco di usare i modi e le strategie più elementari di cui son capace perché possano capire.
Mi interessa che i bambini possano riuscire, in futuro, ad usare le parole con maggior consapevolezza perché credo fermamente che le parole possano ferire ma possano anche guarire, far soffrire ma anche divertire, far sognare e far volare ma soprattutto spiegare.
In questo mi guidano le straordinarie parole finali della stupenda poesia di Danilo Dolci:
C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

P.S. A scuola, in questo periodo, si parla molto della differenza fra conoscenze e competenze e troppo poco della differenza tra relazioni e responsabilizzazioni; visto che non credo di avere la verità in tasca e non penso esista una sola ricetta, sono molto interessato a conoscere altre opinioni ed esperienze a proposito dell’affrontare a scuola temi delicati e difficili. Grazie in anticipo a tutti coloro che mi segnaleranno la loro esperienza.
Soffrire le pene per colpa del pene
Ho visitato la mostra proprio oggi e ho accennato a mio marito qualcosa sulle obiezioni del maestro Cagnassi. Lui si è messo a ridere poi, serio, ha detto “Se fossi nei responsabili della mostra mi rifiuterei di togliere o coprire la statuetta, se gli va bene così ok, altrimenti niente mostra”. Certo, il ragionamento di mio marito (che non fa l’insegnante, mentre io sì) è molto spicciolo ma punta il dito sull’ottusità della gente. A maggior ragione se fai il maestro, devi sapere affrontare le diverse situazioni e dare delle spiegazioni. Secondo me è il Cagnassi a non saper affrontare l’imbarazzo o forse l’atteggiamento ironico di qualche bambino più smaliziato. Per fare questo mestiere, però, dobbiamo superare certe barriere.
Detto fra noi, la statuetta può anche passare inosservata in mezzo a reperti ben più appariscenti e a una scenografia che sicuramente fa presa sui bambini (oggi presenti in gran numero con i genitori, tra l’altro, ed è evidente che nessuno ha chiesto di rimuovere o coprire la statuetta).
Fossi anch’io nel maestro, spiegherei agli allievi la motivazione di quella statuetta senza porre nessun divieto , ma raccontare il giusto significato in modo tale da spazzare i vari dubbi maliziosi
Se il maestro Cagnassi ha tutta questa difficoltà ad affrontare un tema così banale (i bambini, lui dovrebbe saperlo, fanno domande su argomenti ben più delicati) gli organizzatori della mostra avrebbero potuto dotarlo di cappuccio, così che lui avrebbe potuto calarselo sul viso davanti alla statua sconveniente ed avere l’alibi per non rispondere alle domande dei suoi alunni….