Se, in un paese alla rovescia come il nostro e in un periodo come questo, il presidente del Consiglio Renzi riempie le prime pagine dei giornali con la promessa di eliminare la tassa sulla prima casa, di abbassare imposte varie e di dar più soldi ai pensionati, vuol dire che, oltre alla sintonia comunicativa con il suo alleato di Arcore, deve inventarsi qualcosa di eclatante per rimediare alla “sconfitta sociale” sulla scuola (lo so che la legge è passata con i “voti” ma i voti non hanno minimamente convinto i “volti” degli insegnanti, del personale, degli studenti, dei genitori, dei cittadini e della stragrande maggioranza del Paese).
Se, in un paese alla rovescia come il nostro e in un periodo come questo, Giuseppe detto “Pippo” Civati propone, insieme ad altri, un referendum sulla scuola nonostante abbia letto e riletto il documento concordato il 12 luglio dall’Assemblea di tutti i gruppi, comitati, associazioni, sindacati e partiti che nel paese si sono battuti in vario modo contro il DDL del governo Renzi sulla scuola (che, a tal proposito riporta quanto segue: “L’Assemblea ritiene quella dell’abrogazione referendaria una delle strade da praticare.
Tale possibilità deve però nascere a partire dal mondo della scuola, con l’intenzione di allargarsi a tutta la società, nella presunzione/necessità di farne una battaglia generale, culturale e di civiltà in grado di parlare trasversalmente a tutte e tutti, genitori, insegnanti, studenti e studentesse, cittadine e cittadini, capace di collegarsi alle altre iniziative referendarie sui temi di interesse sociale e democratico. 
Un referendum da preparare nel migliore dei modi e con i tempi necessari, costruendo alleanze, cercando adesioni nel mondo della cultura, fra le forze sociali, politiche e sindacali, per far sì che massime siano le probabilità di riuscita, anche in considerazione delle conseguenze distruttive che una sconfitta sulla raccolta delle firme o un esito negativo del voto referendario, nonché la possibile non ammissibilità dei quesiti proposti, riverserebbero sulla scuola pubblica”), vuol dire che ha un bisogno enorme di visibilità politica che va oltre il vero obiettivo finale della riuscita del referendum.
Se, in un paese alla rovescia come il nostro e in un periodo come questo, alcuni personaggi, di un fantomatico Comitato “Leadership alla scuola”, hanno deciso di presentare un referendum per abrogare la cosiddetta” buona scuola”, nonostante fossero presenti all’assemblea di Roma e conoscano perfettamente il suo documento finale (lo si può leggere per intero qui) vuol dire che non hanno capito un bel niente di come si combattono le lotte, di come si possono vincere e, al contrario, mi sembra anche che abbiano capito bene, come fare per perderle.
Se, in un paese alla rovescia come il nostro e in un periodo come questo, Francesco Mele, insegnante di Carpi, ha scritto sul suo profilo Facebook un post dal titolo “In un referendum l’importante non è partecipare“, che condivido in ogni sua parola, vuol dire che la vera intelligenza resistente è viva, determinata, tenace e non si rassegna ai facili proclami.
Pubblico di seguito, con il permesso di Francesco, il suo post; vi invito ad una attenta lettura del testo e ad una sua massiccia diffusione, soprattutto in risposta ai facili messaggi whatsapp e alle svariate mail di chi si propone come affetto da un morbo solitario: “la febbre del referendum”… i cui sintomi, ahimé, spesso si manifestano solo di sabato sera tramite WhatsApp.
Per chi ha un profilo Facebook il link è qui.
“Forse molti di quelli che oggi si sperticano nell’esprimere opinioni sul referendum – che io valuto necessario, sacrosanto, irrinunciabile (s’addafà!) – contro la pessima scuola di Renzi, non sanno che se poi lo perdiamo, a parte la sconfitta di natura politica che ci mette il bavaglio per i decenni a venire, non consente di ripresentare un referendum abrogativo sulla stessa legge per almeno 5 anni…
Quindi se mi lancio nell’avventura di un referendum lo faccio in modo che si creino le migliori condizioni per vincerlo … se no meglio fare altro. E quali sono le migliori condizioni? Provo a fare un elenco per come la vedo io:
1) la “scelta” di andare a referendum deve avere una larga base di condivisione; che, per chi l’avesse dimenticato (o mai saputo, o mai praticato) vuol dire decidere insieme, vuol dire che “ognuno” degli attori coinvolti, deve sentirsi protagonista diretto o indiretto della decisione;
2) il quesito o i quesiti referendari devono essere a prova di bomba, perché dopo la raccolta e il deposito delle firme necessarie (quindi dopo l’improbo lavoro che ci vuole), i quesiti devono superare ben due giudizi di merito, quello della Corte di Cassazione, che si esprime sulla loro “legittimità” (loro conformità alle norme della legge), quello della Corte Costituzionale, che si esprime sulla loro “ammissibilità” (limiti di natura Costituzionale, impliciti o espliciti); questo vuol dire che è molto meglio se a formularli siano non dei legali, ma degli esperti (molto esperti) giuristi/costituzionalisti; ovviamente la scelta deve interessare gli aspetti della legge che si vogliono disattivare per evitare i danni che si paventano a causa della sua applicazione; l’abrogazione in toto non è detto che sia possibile perché la Costituzione non ammette referendum su aspetti di natura “tributaria o di bilancio” (art. 75 Costituzione, comma 2), ad esempio, che sono certamente presenti nella legge 107/2015;
3) la larga base di condivisione di cui al punto 1) è necessaria anche per sostenere i notevoli costi necessari per una campagna referendaria, di raccolta firme prima e di sostegno al Sĺ poi; notevoli, vi assicuro, parliamo di centinaia di migliaia di euro; del resto la legge (n.157/99) prevede dei rimborsi per il comitato promotore che ammontano a 0,52 euro (la legge dice 1.000 lire) per ogni firma raccolta (che nel caso delle 500mila minime fa circa 260mila euro, spero che non sia questo rimborso a far gola a qualcuno …), ma solo nel caso che si raggiunga il quorum nella consultazione (anche se poi la richiesta di abrogazione non dovesse passare);
4) lo scoglio successivo è il raggiungimento del quorum per non rendere tutto vano; questo vuol dire convincere più del 50% degli aventi diritto ad andare a votare; parliamo della modica cifra di poco più di 25 milioni di cittadini (almeno) che occorre convincere ad andare a votare in una domenica dal 15 aprile al 15 giugno, come previsto dalla legge; non è facile, e un certo numero di referendum, negli scorsi anni, non ce l’ha fatta … e questa è un’altra arma nelle mani di chi sostiene il NO all’abrogazione proposta; questo consiglierebbe allora di lanciare contemporaneamente più referendum che coinvolgano più temi, in modo da interessare la più vasta platea possibile del corpo elettorale e coinvolgerla così nella partecipazione al voto; la larga base di condivisione di cui la punto 1), anche per questo aspetto risulta irrinunciabile e condizione necessaria (anche se non sufficiente, purtroppo) per il raggiungimento dell’obiettivo;
5) convinti almeno 25 milioni di cittadini ad andare a votare, occorre convincerne almeno 12 milioni e mezzo a votare Sĺ; a questo servirà la campagna elettorale in tutto il paese contro i sostenitori della legge e quindi del NO alla sua abrogazione (totale o parziale); questa fase sarà quella più delicata e richiederà sia la “massima” coesione dei promotori (la larga base di condivisione di cui al punto 1) sia una buona parte dei costi di cui ho parlato al punto 3); a proposito dell’esito, occorre ricordare che perdere il referendum vuol dire che la stessa legge non potrà essere oggetto di referendum abrogativo per i successivi 5 anni (art. 38, L . 352/70).
QUESTE 5 CONDIZIONI DA SODDISFARE PER VINCERE LA PARTITA REFERENDARIA, DOVREBBERO FAR CAPIRE CHE SI TRATTA DI UNA PARTITA MOLTO DELICATA, DA TRATTARE CON LA DOVUTA CAUTELA ED ATTENZIONE E CON I TEMPI CHE SERVONO, senza lasciarsi prendere dall’ansia della risposta immediata e viscerale, che coinvolge invece più la pancia che la testa.
A coloro che dicono che occorre fare in fretta per evitare che la scuola venga distrutta dalla legge 107/15, rispondo che saranno proprio gli inevitabili disservizi, disfunzioni, distorsioni del ruolo, violazioni delle libertà costituzionali, che inevitabilmente la legge si porterà dietro, ad essere i nostri migliori argomenti nella campagna elettorale che potrebbe svolgersi nella primavera del 2017, durante il 2° anno di applicazione della legge stessa.
Qualcuno infatti ha proposto di redigere a partire da settembre, in ogni scuola del paese, una CARTA DEI DISSERVIZI, causati o non risolti dalla legge, e tenerla aggiornata e dettagliatamente documentata.
Concludo dicendo che le ben due proposte di referendum presentate da 11 cittadini del neonato movimento politico POSSIBILE di Pippo Civati (http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2015-07-17&atto.codiceRedazionale=15A05645&elenco30giorni=false ) e da 14 cittadini del fantomatico COMITATO NAZIONALE “LEADERSHIP alla SCUOLA” (http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2015-07-18&atto.codiceRedazionale=15A05656&elenco30giorni=false ), non rispondono per nulla alla prima delle condizioni da me citate e, già solo per questo, per quel che mi riguarda, sono destinate a fallire.”
come sempre chiarissimo!
grazie!
Molto realistico…
Grazie.