
Diffondo volentieri questo articolo di Donatella Coccoli preso da Left, del 13 marzo scorso, dal sottotitolo: #LaBuonaScuola di Renzi in cinque punti.
“Una rivoluzione strepitosa”, ha detto il premier Matteo Renzi presentando alla fine del Consiglio dei ministri le 10 slide che ridisegnano l’intero sistema scolastico italiano.
La “strepitosa” Buona scuola renziana, leggendo dietro le cifre e le parole d’ordine del premier, sarà soprattutto una “strepitosa” scuola della disuguaglianza.
Forse efficiente, certo, ma solo dove esistono già le basi. E l’articolo 3 della Costituzione che invita lo Stato a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana? Dietro a elementi positivi come l’assunzione di centomila precari o la Carta dei prof, si nascondono provvedimenti che vanno nella direzione contraria all’uguaglianza. Vediamo per quali motivi:
1. Puntando sull’autonomia scolastica e sulla forte presenza dei territori, chiaramente si favoriranno quegli istituti che avranno la fortuna di trovarsi in zone con maggiori risorse.
E magari scuole di frontiera, con bravi docenti e studenti con possibilità, saranno come al solito penalizzati. Con la proposta di devolvere il 5 per mille alle scuole, è ovvio poi che le famiglie ricche lo faranno per gli istituti dei propri figli che difficilmente saranno istituti tecnici o professionali di periferia. Così come con altre iniziative “esterne”, come il crowdfunding o l’intervento di sponsor privati saranno più frequenti in zone del Paese caratterizzate da una maggiore vivacità economica e sociale.
2. Con la figura del preside “leader educativo del territorio” – così l’ha definito il premier-sindaco – si dà un potere immenso al dirigente scolastico, da perfetto capo di un’azienda o meglio ancora, da sindaco.
Questa figura dovrebbe non solo pensare alla regolare amministrazione del suo istituto-azienda, ma anche ai contenuti, al sapere, al profilo umano dei suoi dipendenti.
Basteranno i curricula a suggerire scelte oculate?
O si verificherà anche in questo caso, diversità di trattamento, scelte di favore, clientelismi? Chi controlla il controllore?
3. Il trattamento di favore per le scuole paritarie private.
Le famiglie che iscrivono i propri figli a questi istituti avranno una detrazione fiscale che ogni anno potrebbe arrivare anche a 450 milioni di euro. Sommati ai 700 euro che ricevono da Stato e enti locali, si arriva a oltre un miliardo l’anno. E perché allora non favorire il diritto allo studio per chi si iscrive alle scuole pubbliche e paga un contributo volontario che a volte arriva anche ai 150 euro? Sappiamo che ci sono poi regioni come il Veneto che pur mantenendo i fondi per le paritarie (circa 40 milioni) tagliano le borse di studio per gli universitari. Vi sembra una scuola dell’uguaglianza?
4. La competizione che verrà alimentata tra i docenti con i premi per il merito.
Per un mucchietto di soldi in più chissà cosa accadrà, tenendo conto che abbiamo a che fare con una categoria vessata per anni, umiliata e offesa, sia da un punto di vista contrattuale che umano.
5. I contenuti dell’insegnamento saranno diversi da scuola a scuola.
Visto che il premier ha calcato la mano sull’”autonomia vera”, sull’offerta formativa costituita da discipline ad hoc per ogni istituto, è chiaro che ci sarà anche in questo caso una disparità tra il Nord e il Sud, tra le periferie e i centri delle grandi città.
Vale la pena di andare a scorrere i dati forniti da un corposo dossier uscito alla fine del 2013, il Rapporto sul sistema educativo italiano, realizzato da Cidi, Legambiente e altre associazioni educative. Il Paese, per investimenti e abbandoni scolastici, è diviso come ai tempi dell’unità d’Italia. Se in Sicilia, per esempio, per il diritto all’istruzione si spende poco più di 600 euro a studente e in Emilia Romagna tre volte tante, affidarsi ai territori forse non è la cosa migliore.
E perché nella sanità si assiste ad una tendenza “centralistica”, mentre per la scuola accade esattamente il contrario? Non sarà questo solo un escamotage per contenere i costi affidandoli ai territori senza alcun progetto educativo e formativo globale dietro alle spalle?
Diseguale, aziendale e anche autoritaria, visto il carattere del preside-sindaco. Questa è la Buona scuola renziana. A questo punto i parlamentari se hanno ancora un briciolo di sangue “democratico” nelle vene, devono farsi sentire.
Gli studenti lo stanno facendo, scendendo nelle piazze.
C’è un buon progetto di scuola pubblica, quello della Lip (legge di iniziativa popolare), si tratta solo di afferrarne alcuni principi e proporre una strada comune (con alcuni punti della Buona scuola positivi, come l’assunzione dei precari e l’organico funzionale). L’obiettivo deve essere l’uguaglianza di base, di partenza.
Il sapere offerto anche a chi non se lo può permettere.
L’articolo di Donatella Coccoli è pubblicato qui.
Idonei non vincitori, in una buona scuola che cade a pezzi. Il riformismo all’incontrario della destra moderata che governa l’Italia dai tempi dei monocolori democristiani in poi. Dalemismo, Veltronismo e Beritinottismo hanno estinto la sinistra in Italia, l’hanno spinta fuori dai partiti. Piccoli numeri in parlamento, fanno ciò che possono in un mare, magno di melassa finta moderata. Nessun privilegio, nessuna baronia è stata intaccata. Solo i diritti lo sono stati. Chi vince tre prove di un concorso per la scuola pubblica ha diritto di entrare in una classifica di merito, che porti, magari non oggi, magari non domani ad una agognato posto di lavoro, che sia l’insegnamento. Insegnare, cosa che io non ho mai fatto, per mancanza di attitudini, di capacità e soprattutto perché non ha mai vinto un concorso (mai vi ho partecipato), credo sia tra i mestieri più difficili mai esistiti. Non ci si ammala di asbestosi, nemmeno epicondilite, forse nemmeno di ipoacusia da rumore, ma credo ci si possa ammalare di stress e di fatica mentale. Il governo, nella figura del rampante Capo del Governo ci massacra con la parola merito. Fuori luogo, pensando che il virgulto fiorentino è il terzo presidente del consiglio, non eletto dai cittadini. Fuori luogo, in chi per governare, coagula a se destra, sinistra (ex) e centro. Fuori luogo, nelle parole e nei fatti di chi non ha realmente intaccato nessun privilegio, anche se a dire il vero molto ha fatto con i diritti. Intaccandoli. La buona scuola di Renzi, elimina il merito, (idonei), cancella le graduatorie, lasciando sul campo diversi morti, ma si sa “la guerre come a guerre”, da più potere ai Presidi, (giusto, dato che l’Italia è risaputo, è immune dai favoritismi nelle assunzioni, dagli aiutini ai figli di, dagli intrallazzi tra potere e soldi). Tecnicamente è molto difficile da spiegare alla plebaglia ignorante, dice il premier, la differenza tra idonei e vincitori. Esatto. Proviamo a sintetizzare. Uno che supera la soglia numerica per la prima prova cos’è ? Idoneo alla seconda. Bene. Uno che passa la seconda soglia numerica per la seconda prova, cos’è ? Idoneo alla terza, ed ultima. Uno che passa quindi la terza soglia numerica, per l’ultima prova del concorso, cos’è ? Ehmmmmm, bhè. Può essere vincitore oppure idoneo, se arriva tra i primi “x” è vincitore, altrimenti è idoneo. Però nel corso dell’ultimo anno e mezzo sono stati assunti pure degli idonei. Sssttttt, quello è meglio non dirlo.
Verrebbe da sintetizzare tutto, con un moderato vaffanculo, ma sarebbe troppo semplicistico. E quindi, i poveri aspiranti docenti, verranno assunti in parte, ed all’occorrenza, gli altri verranno sacrificati sull’altare del tecnicismo, tecnicamente corretto, del merito (svilito), del presidismo, del paraculismo e dell’ingiusto. Verranno cancellate graduatorie, con persone, vite e speranza dentro, per preparare un nuovo concorso, che creerà altre graduatorie, altre speranze e magari che verranno cancellate, dal prossimo presidente del consiglio, non eletto e dal suo fido ministro della pubblica istruzione. Dimenticavo, importante che sia il ministro, sia i tecnocrati che redigeranno la prossimissima riforma della scuola, non abbiano mai insegnato. Perché potrebbero capire le esigenze ed i problemi della scuola pubblica.
E questo, per lor signori, non è un bene.