sorgente_amore_644Questo sciopero non ha niente a che vedere con lo sciopero dell’amore che Leila, la protagonista del film “La sorgente dell’amore” di Radu Mihaileanu propone alle donne di un villaggio in Medio Oriente.
Lo sciopero delle donne è un’iniziativa che Barbara Romagnoli, Adriana Terzo e Tiziana Dal Pra stanno cercando di diffondere dal giugno scorso.
Tutto è partito con questa lettera.
Alla presidente della Camera, Laura Boldrini 
Alla segretaria della Confederazione Generale del Lavoro, Susanna Camusso
Alla vice-ministra del Lavoro e Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, Maria Cecilia Guerra
A tutte le donne delle istituzioni, delle arti e dei mestieri
A tutte noi
Roma, 14 giugno 2013
goskyridePensavamo che l’uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L’insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge – da un’altra donna – dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta.

Non basta più il lavoro dei centri antiviolenza, fondamentale e prezioso. E non bastano le promesse di leggi che neanche arrivano. La ratifica della convenzione di Istanbul? Un passo importante, ma bisogna aspettare e aspettare. E noi non vogliamo più limitarci a lanciare appelli che raccolgono migliaia di firme ma restano solo sulla carta; a proclamarci indignate per una violenza che non accenna a smettere; a fare tavole rotonde, dibattiti politici, incontri. Adesso chiediamo di più.
Chiediamo di poter vivere in una società che vuole realmente cambiare la Cultura che alimenta questa mentalità maschilista, patriarcale, trasversale, acclarata e spesso occulta, che noi riteniamo totalmente responsabile della mancanza di rispetto per le donne, e che non fa nulla per fermare questo inutile e doloroso femminicidio italiano.
Chiediamo che la parola femminicidio non venga più sottovalutata, svilita, criticata. Perché racconta di un fenomeno che ancora in troppi negano, o che sia qualcosa che non li riguarda. O addirittura che molte delle donne uccise o violate, in fondo in fondo, qualche sbaglio lo avevano fatto. Quanta disumanità nel non voler vedere il nostro immenso lavoro, quello pagato e quello non pagato, il lavoro di cura e riproduttivo, il genio, la creatività, il ruolo multiforme delle donne.
Chiediamo di fermarci. A tutte: madri, sorelle, figlie, nonne, zie, compagne, amanti, mogli, operaie, commesse, maestre, infermiere, badanti, dirigenti, fornaie, dottoresse, farmaciste, studentesse, professoresse, ministre, contadine, sindacaliste, impiegate, scrittrici, attrici, giornaliste, registe, precarie, artiste, atlete, disoccupate, politiche, funzionarie, fisioterapiste, babysitter, veline, parlamentari, prostitute, autiste, cameriere, avvocate, segretarie.
Fermiamoci per 24 ore da tutto quello che normalmente facciamo.
Proclamiamo uno sciopero generale delle donne che blocchi questo maledetto paese.
Perché sia chiaro che senza di noi, noi donne, non si va da nessuna parte.

Senza il rispetto per la nostra autodeterminazione e il nostro corpo non c’è società che tenga.
Perché la rabbia e il dolore, lo sconforto e l’indignazione, la denuncia e la consapevolezza, hanno bisogno di un gesto forte.

Scioperiamo per noi e per tutte le donne che ogni giorno rischiano la loro vita. Per le donne che verranno, per gli uomini che staranno loro accanto.
Unisciti a noi, firma e diffondi questo appello. Insieme, poi, decideremo una data.
MANDARE FIRMA con nome e città a scioperodonne2013@gmail.com
Poi hanno scritto questo bel documento dal titolo “Le parole che vogliamo”.
femminicidio-scarpeUna donna uccisa ogni due giorni non è una questione di ordine pubblico, ma una ferita aperta nella società civile. Lucia, Antonella, Maria Grazia, tanto per citare le ultime della lista, sono state ammazzate dall’ex fidanzato, dal marito e dal compagno nei giorni successivi al decreto varato dal governo il 9 agosto scorso. La prova che misure soltanto repressive non sono la soluzione del problema perché il femminicidio non ha natura emergenziale ma sistemica.
Per questo occorrono, e con urgenza, iniziative di sensibilizzazione e prevenzione, finanziamenti ai centri antiviolenza, campagne istituzionali e mediatiche che mettano al bando ogni giustificazione e sottovalutazione del fenomeno. E che, soprattutto, favoriscano la percezione delle donne non come vittime e soggetti deboli bisognosi di tutele, ma persone a tutto tondo da sostenere contro antiche imposizioni patriarcali, in grado di autodeterminarsi e scegliere liberamente il proprio modo di vivere.
Per questo rilanciamo con ancora più fermezza l’appello allo “Sciopero” delle donne per il 25 novembre prossimo, convinte che solo un’azione forte possa indurre il nostro Paese a una riflessione seria sulle relazioni tra i generi, sul potere e le sue dinamiche di sopraffazione.
Uno “Sciopero” generale e generalizzato contro il femminicidio per ridare peso alla politica delle donne, riprendere in mano le pratiche e i percorsi dei femminismi che in questi anni hanno lavorato sulle molteplici forme della violenza e dare un segnale chiaro e inequivocabile riconoscendo che solo una Cultura antirazzista, antifascista e non sessista può produrre un nuovo modo di pensare e vivere le relazioni fra i sessi.
Uno “Sciopero” che affermi di un nesso imprescindibile fra lavoro/cura/precarietà/reddito, rivendica la maternità come una scelta, rifiuta il ricatto delle dimissioni in bianco e afferma che anche la salute del corpo delle donne è un diritto che non può essere in balìa di ideologiche e strumentali obiezioni.
Uno “Sciopero” che chiede che non venga mai meno il rispetto per le differenze, la laicità dello Stato e la lotta contro tutti i fondamentalismi etici, religiosi e politici e che chiede piena cittadinanza per le donne migranti che vivono nel nostro Paese in nome di una Cultura laica dell’accoglienza, della condivisione e della solidarietà.
Uno “Sciopero” che pretende dalle istituzioni, dai mass media e dalla società tutta che si facciano carico della quotidiana ed inesorabile furia omicida contro le donne che non accenna neanche per un giorno a fermarsi perché frutto di una Cultura, violenta e sessista.
Uno “Sciopero”, infine, come azione profondamente politica, la sola che può restituire il diritto alla felicità che tutt@ ci meritiamo.
Aderisci allo “Sciopero” delle donne per un mondo più giusto da consegnare alle future generazioni e agli uomini che saranno loro accanto. Manda mail con nome cognome città a scioperodonne2013@gmail.com
Poi Adriana Terzo ha scritto “Scegliamo il rosso per protestare”.
sciopero_generale_assembleaRosso come la protesta, o come la Rivoluzione che stravolge lo stato presente delle cose. Per questo – e non per il martirio di Cristiana memoria – lo “Sciopero” delle donne sceglie il colore Rosso per manifestare il 25 novembre. Drappi e stoffe rosse fuori da balconi e finestre perché Rosso è il colore dell’energia, di chi non abbassa la testa, di chi grida forte il proprio dissenso.
Rosso di rivolta, ma soprattutto di quella Sinistra che ha fatto dell’eguaglianza il suo valore fondante, simbolo delle insurrezioni popolari contro l’autorità costituita, a partire dalla Rivoluzione francese.
Rosso come le bandiere che, nel 1831, rafforzarono l’opposizione dei minatori nel Galles contro la polizia, pagata dai proprietari delle miniere.
Rosso come la Rivoluzione del 1848, con centinaia di bandiere rosse al vento durante le proteste partite in Francia e poi dilagate in mezza Europa. Rosso come il colore del primo governo marxista alla Comune di Parigi, nel 1871: quello sarebbe stato il colore ufficiale della Comune, e rossa la sua bandiera (invece del tricolore francese).
Rosso come il Biennio italiano, cruciale delle lotte sindacali e contadine del 1919-1920.
Rosso di contestazione, anche ai giorni nostri.
Come le tuniche dei monaci tibetani contro la violenta politica cinese nel 2008.
Come il quadratino disegnato sui cartelli e sulle vetrine dei negozi, cucito sulle magliette e tatuato sui corpi che ha segnato la rivolta studentesca dell’anno scorso a Montréal contro l’aumento delle tasse universitarie.
Come gli abiti indossati dalle deputate qualche mese fa a Montecitorio, contro l’obiezione dei medici e per la piena applicazione della legge 194 sull’aborto.
Rosso come il fuoco, che canta Bella Ciao al funerale di Franca Rame.
Rosso come i vestiti delle donne turche che fermano gli idranti della polizia.
Rosso come i fazzoletti ai funerali delle donne uccise per femminicidio.
E’ vero, nella simbologia il colore Rosso si presta a molteplici interpretazioni, ed è vero anche che per lungo tempo questo colore è stato usato dai governi per intimidire gli eserciti opposti, o per indicare emergenze o situazioni d’allarme. Ma a noi preme sottolineare che il Rosso, scelto per le manifestazioni del 25 Novembre, non è e non sarà in nome del sangue versato dalle nostre donne ammazzate, ma della ribellione ad ogni forma di violenza. Né in nome di un vittimismo che non ci appartiene.
Abbiamo alzato la testa, e lo sguardo. Per questo, finalmente, “scioperiamo”.
da qualche giorno hanno ottenuto anche l’adesione di Susanna Camusso della CGIL e di altri personaggi importanti.
Per aderire, diffondere, partecipare e rimanere aggiornat* potete visitare il loro sito: http://www.scioperodelledonne.it/.
Comunque protestiate in rosso, buona partecipazione.

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