“Lo stronzo è una persona che si arroga sistematicamente il diritto di godere di speciali vantaggi nei rapporti interpersonali grazie a un radicato sentimento di superiorità che lo rende immune alle lamentele altrui”.
Questa chiara ed utile definizione è frutto del lavoro di Aaron James, un professore di filosofia che l’anno scorso ha pubblicato: “Stronzi. Un saggio filosofico” pubblicato in Italia da Rizzoli.
(Per la verità, il titolo originale è: “Ass-holes. A theory“, Doubleday, 2012 ed immagino che i traduttori più esperti obietteranno sulla correttezza del titolo italiano; in ogni caso il libro non è da confondersi con la pubblicazione di un altro filosofo Henry Frankfurt che, nel 1986, aveva pubblicato: “On bullshit “, tradotto solo recentemente da Rizzoli con il titolo di “Stronzate. Un saggio filosofico”).
Nel libro, l’autore sostiene la tesi che le persone provano fastidio di fronte al comportamento dello “stronzo” perché non si vedono riconosciuto “lo status di persona morale” che è parte determinante del senso di identità.
Ora, non possiedo competenze e capacità di tipo filosofico ma mi interessa deviare, a modo mio visti anche i fatti di cronaca, verso il senso di identità passando per i sentieri del razzismo senza dimenticare il paesaggio della memoria.
Scelgo, per brevità, di non citare gli episodi di cronaca nazionale e locale che riportano offese razziste da parte di politici ad altri politici, a calciatori o a cittadini migranti, perché la lista sarebbe lunghissima e sempre, purtroppo, aggiornata.
Penso che, quando nel nostro paese viene tollerato che rappresentanti del popolo eletti in varie istituzioni nel nome della Costituzione Repubblicana (in cui sono affermati principi fondamentali incontrovertibili fra i quali l’uguaglianza di tutti i cittadini) possano continuare ad esprimersi con termini razzisti verso altri cittadini, si compia un’operazione pericolosamente esemplare e straordinariamente diseducativa.
L’esempio sdoganato nocivamente è quello che corrisponde all’idea che “essere razzisti sia anche un libero modo di far politica”.
L’operazione diventa diseducativa quando l’offesa viene assunta come slogan politico, diffusa come tormentone mediatico che produce condizionamenti negativi in quanto priva di argomenti e non controbilanciata da azioni alternative opposte e contrarie.
Oltre a ciò l’azione che provoca sulle identità in costruzione dei bambini e dei ragazzi e su quelle, talvolta, in confusione degli adulti, sia essi migranti o residenti, è deleteria perché sobillatrice di conflitto.
Non può essere tollerato, in alcun modo, che i politici “razzisti” rimangano all’interno delle istituzioni democratiche come pure all’interno di organismi rappresentativi di Enti, Federazioni, Associazioni, ecc..
Le istituzioni non possono non rispondere in maniera ferma, decisa verso le espressioni razziste perché altrimenti diventano esse stesse l’innesco di quel corto circuito fra uguaglianza e disuguaglianza che provoca la scintilla dell’indifferenza necessaria per accendere il fuoco dell’odio.
Condivido e trovo tristemente attuale quello che scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1969: “Il razzismo è un odio di classe inconscio“.
Credo che la memoria e la cultura siano gli strumenti giusti per intervenire correttamente dal punto di vista educativo.
A proposito di memoria e di educazione… Dal 1876 al 1900 il totale degli italiani espatriati è stato di 5.258.830; dal 1901 al 1915 è stato di 8.768.680 persone; dal 1916 al 1942 di 4.355.240 persone e dal 1943 al 1961 di 4.452.200 persone (dati del Centro Studi Emigrazione, Roma 1978).
Sembra anche utile segnalare che, nel 2012 nel nostro paese, le emigrazioni hanno superato le immigrazioni. Infatti i migranti arrivati in Italia sono stati 27mila mentre gli italiani che sono partiti per l’estero sono stati 50mila.
Sembra anche che, nello stesso anno, diverse centinaia di migliaia di persone straniere abbiano lasciato il nostro paese, probabilmente per gli effetti della crisi (XVIII rapporto Ismu sulle immigrazioni 2012).
Vale la pena non scordare come gli italiani, essendo stati emigranti, siano stati a loro volta vittime di episodi di razzismo.
Potendo solo immaginare un Arsenio con il mio stesso cognome che nel 1914, a 22 anni, partì da Brancoli e sbarcò a Ellis Island/New York, elenco di seguito una serie di nomignoli con i quali erano apostrofati gli italiani negli anni in cui l’emigrazione italiana era un fenomeno imponente (tratti da “L’Orda, quando gli albanesi eravamo noi” di Gian Antonio Stella).
BABIS: rospi (Francia, fine Ottocento)
BACICHA: baciccia (Argentina, dal personaggio al centro della commedia e delle barzellette genovesi: allegro, divertente, sempliciotto ma capace anche di fare il furbetto)
BAT: pipistrello (diffuso in certe zone degli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento e ripreso dal giornale “Harper’s Weekly” per spiegare come molti americani vedessero gli italiani (“mezzi bianchi e mezzi negri”)
BLACK DAGO: dago negro (Louisiana e stati confinanti, fine Ottocento, per sottolineare come più ancora degli altri dagoes, vedi definizione, gli italiani fossero simili ai negri)
BOLANDERSCHLUGGER: inghiotti-polenta (Basilea e Svizzera tedesca)
CARCAMANO: furbone, quello che calca la mano sul peso della bilancia (diffusissimo in Brasile)
CHIANTI: ubriacone (Usa, con un riferimento al vino toscano che per gli americani rappresentava tutti i vini rossi italiani, chiamati dago red)
CHRISTOS: cristi (Francia, fine Ottocento: probabilmente perché i nostri erano visti come dei gran bestemmiatori)
CINCALI: cinquaioli (dialetto svizzero tedesco, dalla fine dell’Ottocento: cincali equivaleva a tschingge, dal suono che faceva alle orecchie elvetiche il grido cinq! lanciato dagli italiani quando giocavano alla morra, allora diffusissima. La variante caiba cincali!, luridi cinquaioli, fu quella urlata dagli assassini di Attilio Tonola)
CRISPY: suddito di Crispi (Francia, seconda metà dell’Ottocento, dovuto a Francesco Crispi, disprezzato dai francesi, ma il gioco di parole era con grisbi, ladro)
DAGO: è forse il più diffuso e insultante dei nomignoli ostili nei paesi anglosassoni, vale per tutti i latini ma soprattutto gli italiani e l’etimologia è varia. C’è chi dice venga da they go, finalmente se ne vanno. Chi da until the day goes (fin che il giorno se ne va), nel senso di «lavoratore a giornata». Chi da «diego», uno dei nomi più comuni tra spagnoli e messicani. Ma i più pensano che venga da dagger: coltello, accoltellatore, in linea con uno degli stereotipi più diffusi sull’italiano «popolo dello stiletto»
DING: suonatore di campanello, ma con un gioco di parole che richiama al dingo, il cane selvatico australiano (Australia)
FRANÇAIS DE CONI: francesi di Cuneo (Francia, fine Ottocento, con gli immigrati italiani che tentavano di spacciarsi per francesi)
GREASEBALL: palla di grasso o testa unta (per lo sporco più che per la brillantina, Usa)
GREEN HORNS: germogli (ultimi arrivati, matricole, sbarbine, Usa)
GUINEA: africani (Stati Uniti, soprattutto Louisiana, Alabama, Georgia, dove era più radicato il pregiudizio sulla «negritudine» degli italiani)
KATZELMACHER: fabbricacucchiai (Austria e Germania; nel senso di stagnaro, artigiano di poco conto ma anche «fabbricagattini» forse perché gli emigrati figliavano come gatti. Decenni di turismo tedesco in Italia hanno fatto sì che, negli ultimi anni, si sia aggiunto per assonanza un terzo significato che gioca con la parola italiana «cazzo»)
ITHAKER: giramondi senza patria, vagabondi come Ulisse (gioco di parole tra Italia e Itaca, Germania)
MACCHERONI, MACARONI, MACARRONE: mangia pasta (in tutto il mondo e tutte le lingue, con qualche variante)
MAFIA-MANN: mafioso (Germania)
MAISDIIGER: tigre di granturco (solo Basilea)
MAISER: polentone (Basilea, nel senso di uomo di mais)
MESSERHELDEN: eroi del coltello, guappi (Svizzera tedesca, dalla seconda metà dell’Ottocento)
MODOK: pellerossa (Nevada, metà Ottocento. Dal nome di una tribù di
indiani d’America)
NAPOLITANO: napoletano (ma buono un po’ per tutti gli italiani in Argentina: in particolare dopo la «conquista del deserto» del 1870 in cui l’esercito argentino che massacrò tutti gli indios aveva vivandieri in buona parte napoletani)
ORSO: in Francia, alla fine dell’Ottocento, con un preciso riferimento agli “orsanti”, i mendicanti-circensi che giravano l’Europa partendo soprattutto dall’Appennino parmense con cammelli, scimmie e orsi ammaestrati.
PAPOLITANO: storpiatura ironica di napoletano, valida per tutti i meridionali italiani (Argentina)
POLENTONE: polentone (così com’è in italiano, Baviera)
RITAL: italiano di Francia (spregiativo ma non troppo, era la contrazione di franco-italien e veniva usato per sottolineare come l’immigrato italiano oltralpe non riusciva neppure dopo molti anni a pronunciare correttamente la «r» francese. È il punto di partenza di Pierre Milza, lo storico francese autore di Voyage in Ritalie)
SALAMETTISCHELLEDE: affetta salame (solo Basilea)
SPAGHETTIFRESSER: sbrana-spaghetti (mondo tedesco)
TANO: abbreviativo di «napolitano» e di «papolitano» (gioco di parole argentino intorno a napoletano)
TSCHINGGE: cinque (vedi cingali)
WALSH: variante tirolese di welsh (vedi)
WELSH: latino (nei paesi di lingua tedesca ha due significati: se accoppiato con Tirol in «Welsh-Tirol» per definire il Trentino vuol semplicemente dire «Tirolo italiano». Se viene usato da solo ha via via assunto un valore spregiativo, tipo italiota o terrone)
WOG: virus (gergale, in Australia, buono anche per cinesi e altri emigrati poco amati)
WOP: without passport o without papers (in America e nei paesi di lingua anglosassone significa «senza passaporto» o «senza documenti», ma la pronuncia uàp si richiama a «guappo»)
ZYDROONESCHITTLER: scrolla-limoni (Basilea e dintorni, con un rimando a Wolfgang Goethe e alla celeberrima poesia che ha stimolato la «Sehnsucht», la nostalgia, di tanti artisti tedeschi verso l’Italia: «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni? / Nel verde fogliame splendono arance d’oro / Un vento lieve spira dal cielo azzurro / Tranquillo è il mirto, sereno l’alloro / Lo conosci tu bene? / Laggiù, laggiù / Vorrei con te, o mio amato, andare!». Un amore struggente, adagiato dolcissimo nella memoria. Ma che, al ritorno del grande scrittore nel suo secondo viaggio, sarebbe subito entrato in conflitto con le solite cose: «L’Italia è ancora come la lasciai,/ ancora polvere sulle strade, / ancora truffe al forestiero, / si presenti come vuole. / Onestà tedesca ovunque cercherai invano, / c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; / ognuno pensa per sé, è vano, / dell’altro diffida, / e i capi dello stato, pure loro, / pensano solo per sé…».
Facendo tesoro delle citazioni usate nel testo e mantenendo un linguaggio rigorosamente scientifico mi scapperebbe da concludere che “un razzista corrisponde perfettamente alla frase che Aaron James usa per definire i protagonisti del suo libro“.
Rita Levi-Montalcini su L’Unità nel 2008 scriveva: “Non esistono le razze, il cervello degli uomini è lo stesso. Esistono i razzisti. Bisogna vincerli con le armi della sapienza.”
Mi piace questa frase della Montalcini ma non mi piace che la parola “sapienza” sia preceduta dalla parola “armi“.
La parola “armi” però può anagrammarsi in “rami” ed è bello, adesso, pensare che sui rami della sapienza: sapere e saggezza, possano crescere le foglie per dare colore ed ossigeno ad una nuova cultura dell’uguaglianza dei diritti.
Beni Comuni, Integrazione Scolastica, Scuola Pubblica
Le parole per (ri)dirlo

Alla parola uguaglianza, aggiungiamo dei diritti, solo per amore di precisione.
Certamente! Condivido…anzi a dir la verità prima di copiare sul blog dall’editor, l’espressione era più lunga e contorta ma forse si capiva più chiaramente l’allusione ai diritti. Di questi tempi meglio non farsi troppo sottointendere, quindi condivido nel commento ed integro nel testo. Grazie per la precisione.
In considerazione dell’inflazione di tale tipologia umana ultimamente in Italia, mi sembra utilissimo disporre di tale dotta definizione…
Piccola nota di cronaca, gli oriundi italiani nel mondo sono circa 80.000.000 di persone, credo che la maggioranza degli italiani questo non lo sappia, come credo che i molti sostenitori dell’Italia agli Italiani, non abbiano ancora capito che l’intolleranza oltre che stronzaggine è pure idiozia, nella consapecolezza i popoli emigrano non per hobby, ma per necessità ed attaccamento alla sopravvivenza.