I compiti di un insegnante nella scuola elementare sono impegnativi sotto diversi punti di vista; è necessaria una competenza in diverse discipline ma è umano che, la preparazione, gli interessi, le attitudini personali, portino ciascuno di noi ad appassionarsi più ad alcune materie piuttosto che ad altre.
L’educazione musicale è uno degli ambiti a cui viene spesso attribuito un ruolo marginale nella scuola dell’obbligo italiana; con questa considerazione, chi scrive, non intende “puntare il dito” contro altri, ma riflettere sui diversi motivi che possono essere alla base di questa diffusa trascuratezza. Non è sede per approfondimenti di carattere generale ma di certo la scarsa formazione che gli insegnanti elementari hanno ricevuto, influenza le capacità di rapportarsi con la musica in maniera tranquilla. Come maestro, riconosco di avere, in questo campo, una preparazione teorica molto bassa, di non saper suonare uno strumento musicale e di saper cantare a malapena.
Però ascolto musica da sempre, cerco di viverla, mi emoziono, mi appassiono, mi rattristo, mi riempio, immagino, fantastico, viaggio e questo mio vivere provo a trasmetterlo ai bambini e alle bambine che sono con me a scuola.
Penso di conseguenza che, come per altre discipline, non si possa essere comunicativi consegnando agli alunni un programma preconfezionato, asettico, altro da loro ma, in una classe, sarà una maggiore attenzione a tutte le componenti della personalità dei bambini e delle bambine, unita ad un contesto scolastico di tipo cooperativo e ad un conseguente clima relazionale idoneo a fare in modo che le conoscenze ed i valori non vengano vissuti come materie di insegnamento o interessi passeggeri bensì come veri e propri elementi di crescita, anche cognitiva, per l’individuo e per il gruppo.
È una sorta di scommessa ovviamente di tipo pedagogico, imperniata su una contrapposizione forte fra due modi di vedere l’insegnamento: uno che considera i contenuti come tappe stabilite a priori dai programmi ministeriali o dal libro di testo, l’altro che li ritiene subordinati agli interessi e alle motivazioni dei bambini. Il primo che conosce in partenza i tempi per la realizzazione di ogni singola unità didattica, il secondo che procede seguendo la logica della ricerca e della scoperta, rispettando i ritmi di apprendimento.
Io credo in un modo di far scuola che sia caratterizzato da metodi di apprendimento cooperativi che procedono per scoperta, da strumenti didattici adeguati all’attività, dall’attenzione agli interessi, ai modi e ai tempi che ogni bambino usa per imparare.
Ci sono alcune parti dei programmi ministeriali per la scuola elementare del 1985 che, a proposito dell’educazione al suono e alla musica, recitano: “La scelta dei brani musicali da proporre per l’ascolto deve seguire criteri di opportuna gradualità negli anni del corso elementare in relazione alla maturazione psicologica e allo sviluppo cognitivo dei fanciulli.
Nella elaborazione dei progetti didattici di educazione al suono e alla musica è necessario tener conto del paesaggio fonico in cui è inserito il fanciullo, delle già acquisite capacità di comprensione ed espressione musicale e del grado di codificazione da lui raggiunto in relazione alla propria esperienza sonora.
È importante raccordare l’attività musicale ad altre esperienze conoscitive ed espressive favorendo al massimo i processi creativi. Perciò si debbono curare, ove possibile, i collegamenti con le altre aree educative (lingua, espressione e analisi visuale, educazione motoria, ecc.).”
Ora, la traduzione nella pratica didattica offre grandi possibilità di utilizzo e, nel nostro caso, la scelta di un percorso sul Blues nasce come conseguenza di un lavoro interdisciplinare che ha avuto come obiettivi quello di conoscere un po’ più a fondo la realtà della colonizzazione, dello schiavismo, delle culture dominanti.
In questo ampio percorso interdisciplinare abbiamo avuto l’opportunità di lavorare a lungo su un paese africano, studiandolo, ricercando materiali, intervistando tramite Internet, invitando persone a scuola, scambiando materiali con altre classi. Abbiamo avuto la possibilità di incontrare e conoscere due Oglala Lakota, nativi americani, che ci hanno raccontato la loro storia, il loro modo di vedere la vita e le loro tradizioni.
Abbiamo vissuto esperienze forti, immaginando le cose essenziali da portare per “partire per un viaggio” e successivamente le cose essenziali che si portano sempre dentro anche “se si fosse costretti a partire improvvisamente”.
Ha fatto riflettere sulle cose materiali e sul patrimonio culturale che ognuno di noi porta dentro di sé per esperienza, per tradizione, per insegnamento.
I bambini e le bambine hanno capito come ad esempio la religione, la musica, il canto, il modo di rapportarsi e di vivere siano elementi che si portano sempre con sé.
Ma hanno anche capito come, nel tempo, ciò possa rapportarsi all’incontro con altre culture, tradizioni, insegnamenti con le quali si sceglie o si è costretti a fare i conti.
Questo è servito per far capire loro la storia culturale delle persone deportate, private dei loro affetti e ridotte in schiavitù, il vissuto emozionale di chi non ha più avuto un “fuori” conosciuto ma ha dovuto necessariamente ri-trovarsi in un “dentro” travagliato, fragile, da difendere; una parte interiore talmente forte che ha trovato modi e mezzi mediati dal contesto pur di non rinunciare all’espressione consapevole di se stessa.
Come materiale di documentazione e di studio ho raccolto testi documentativi sul Blues in un piccolo libro di 24 pagine stampato e fotocopiato in proprio che ognuno ha poi avuto: raccoglie informazioni sulle origini della musica afroamericana, sulle influenze del Blues sugli altri generi musicali, sui suoi strumenti caratteristici. Il libretto include 14 testi Blues fra i più classici; inoltre ogni alunno ha avuto la registrazione su cassetta degli stessi brani come ulteriore sussidio.
Per quanto riguarda l’aspetto musicale del Blues ho proposto un percorso a ritroso rispetto alla musica che loro stessi ascoltano o conoscono: il rap, il rock, la musica da discoteca, la musica cosiddetta leggera.
L’itinerario storico è andato quindi indietro nel tempo gradualmente ma progressivamente alla ricerca delle radici di quel tipo di musica.
I bambini e le bambine hanno ascoltato molto in classe, da Jovanotti a James Brown, dal rock a Muddy Waters, dai cori della chiesa del paese a James Cleveland; si sono meravigliati del suono attuale e vicino di Robert Johnson, Leadbelly, Blind Willie Johnson, Mississippi Fred Mc Dowell, Albert King, Muddy Waters, Howling Wolf, Sonny Boy Wiliamson, John Lee Hooker, Magic Slim, Freddie King, Etta James, Koko Taylor, Buddy Guy, B.B.King, Joe Louis Walker.
La carica di entusiasmo che accompagnava il loro ascolto mi ha sorpreso soprattutto nel vederli partecipare, imitare il suono degli strumenti musicali, emozionarsi, muoversi al ritmo di musiche lontane nel tempo, diventare malinconici.
Spesso durante le lezioni ho proposto ai bambini e alle bambine l’ascolto di musiche particolarmente suggestive chiedendo loro di ascoltare “ciò che la musica raccontava ai loro pensieri, ai loro ricordi, ai loro sogni, alla loro fantasia.”
L’espressione dei bambini e delle bambine attraverso la comunicazione orale, la danza e soprattutto la pittura era quindi facilitata dal rilassamento e dallo stato di ascolto interiore che ho cercato di creare.
Anche l’aver contestualizzato un determinato brano musicale in un determinato periodo storico, in una particolare area geografica ha permesso loro di formulare ipotesi rispetto al contenuto del testo e all’accompagnamento musicale.
L’ascolto, la traduzione e l’analisi di alcuni testi blues ha permesso poi ai bambini e alle bambine di capire lo stretto rapporto fra la connotazione emotivamente forte del contenuto, la drammaticità nella ripetizione di alcune frasi, la scelta consapevole di suonare certi strumenti musicali per provocare determinate sonorità (ad esempio, come li hanno chiamati loro: il “pianto” della chitarra o il “lamento” dell’armonica).
I bambini e le bambine si sono inoltre accorti che, raccontando episodi tristi, loro malinconie o nostalgie, riuscivano soltanto in parte ad esprimere ciò che sentivano: lo facevano in modo razionale, non pienamente comunicativo.
A volte con il corpo, attraverso la danza libera, a volte con la pittura provavano maggiore soddisfazione.
Ho proposto la tecnica del testo blues chiedendo ai bambini e alle bambine di provare a raccontare episodi a loro realmente accaduti. Hanno provato a descrivere quindi quello che sentivano dentro con un linguaggio nuovo: un misto fra il racconto e la poesia. Un testo in cui non è stato necessario preoccuparsi troppo della ricerca di motivazioni ma soprattutto di comunicare nella maniera più diretta possibile le emozioni, usando la ripetizione di alcune parti come se fosse un alzare la voce, un far capire meglio, un ribadire un concetto forte.
I bambini e le bambine si sono sentiti soddisfatti nell’essere riusciti a comunicare meglio a se stessi e agli altri ciò che sentivano dentro.
C’è stata una grande attenzione durante la lettura in classe dei vari testi ed in seguito è stato come se ci fosse maggior rispetto reciproco per essere riusciti a regalare agli altri un po’ della propria intimità.
P.S. L’articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2001 della rivista musicale IL BLUES.
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