Guidavo provando un’illogica allegria[1] all’alba di quella domenica mattina di novembre.
Ero appena uscito dall’autostrada e stavo andando alla stazione di Bologna a prendere un treno per Roma.
Non c’era nessuno in giro alle sei e mezza e mi sembrava di tenere una velocità accettabile per essere in un viale di una città deserta.
Qualche giorno fa, la polizia municipale di Bologna mi ha avvisato, con una lettera raccomandata, che non era così: facevo i 68 chilometri orari anziché i 50 quindi ero sanzionabile per una cifra di 174 euro comparabile ad una cifra di parolacce da neuro… è stato come passare da un’illogica allegria ad una logica angheria.
Naturalmente chi sostiene l’uso dell’autovelox afferma che esso sia uno strumento di misura neutro cioè non considera fattori diversi dalla velocità standard come, ad esempio, l’assenza di traffico, l’orario, lo stato dell’asfalto o la capacità di guida dell’autista: lui misura, documenta con la foto, l’operatore accerta e la polizia sanziona.
Mentre il vigile urbano potrebbe considerare le variabili e sanzionare o meno a seconda del contesto, la logica di chi ha creato l’autovelox è quella di una misurazione oggettiva che sanziona sempre tutti coloro che trasgrediscono… o meglio sanziona quando qualcuno decide di mettere in funzione l’apparecchio.
Le statistiche dicono che dopo l’introduzione degli autovelox, gli incidenti stradali sono diminuiti di un pochino ma sono aumentati i morti quindi non so se l’autovelox insegnerà a far rispettare di più le regole della strada oppure creerà comportamenti diversificati (più correttezza dove sono posizionati e più trasgressioni nelle zone in cui non ci sono); so di sicuro però che, in un periodo in cui i contributi statali scarseggiano, le casse di molti Comuni italiani si stanno riempiendo in maniera spudorata di denaro versato dagli automobilisti sanzionati dalle multe degli autovelox… guarda caso con una frequenza più alta negli ultimi mesi dell’anno quando i Comuni devono far quadrare i loro bilanci.
Evaporati (o quasi) i fumi della rabbia, mi è venuto da pensare istintivamente alle prove Invalsi e a quanta somiglianza ci sia fra queste e l’autovelox.
Da un ministero sostengono che gli autovelox servano a compiere misurazioni oggettive utili a verificare il rispetto dei limiti di velocità degli automobilisti; si effettuano in certe strade, in certi giorni e in certe condizioni.
Da un altro ministero sostengono che i test Invalsi servano a compiere misurazioni oggettive utili a verificare gli apprendimenti degli studenti; si effettuano in certe classi, in certi giorni e in certe condizioni.
Diversi autovelox sono collocati in modo tale da ottenere la multa; diverse domande dei test Invalsi sono formulate in modo tale da ottenere lo sbaglio.
In entrambi i casi, sia l’autovelox che i test Invalsi fotografano solo un aspetto di una situazione.
La logica comune è quella di non considerare il contesto in cui si svolge la guida o si eseguono le prove ma di tener conto solo di un elemento che, seppur importante, non può essere indicativo per valutare la capacità di guida o quella di apprendere.
Come l’esito della fotografia scattata dagli autovelox è spesso una sanzione, anche l’esito delle tabulazioni ricavate dai test Invalsi spesso lo è: la prima è di natura economica, la seconda è una sorta di disapprovazione sociale da parte del Dirigente Scolastico all’interno dell’Istituto.
Naturalmente chi sostiene le prove Invalsi afferma che esse siano uno strumento neutro cioè non considerano fattori diversi dalla prestazione standard come, ad esempio, un’altra risposta logica, tempi diversi nella risposta, una diversa interpretazione della domanda o un pensiero divergente: i test misurano, documentano, il correttore accerta e l’Invalsi premia o sanziona.
Mentre l’insegnante potrebbe considerare le variabili e spiegare o meno a seconda del contesto, la logica di chi ha creato i test Invalsi è quella di una misurazione pseudo-oggettiva che sanziona sempre tutti coloro che rispondono diversamente… o meglio sanziona quando qualcuno decide di effettuare queste prove.
Considerato che gli autovelox non aiutano gli automobilisti a guidare meglio ed i test Invalsi non aiutano gli studenti ad imparare meglio; verificato che i primi aiutano i Comuni a reperire denaro ed i secondi aiutano il Ministero a distribuire il denaro soprattutto a chi ha risultati migliori, viene da concludere che sia in atto un paradosso secondo il quale educare equivale a sanzionare.
A questa logica bizzarra, la risposta che si può contrapporre è un’illogica allegria: quella di chi continua a credere nella frase meravigliosa di quel maestro di Barbiana[2] che diceva che ”la scuola è l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità, dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico”.

[1] “Da solo lungo l’autostrada, alle prime luci del mattino, a volte spengo anche la radio e lascio il mio cuore incollato al finestrino. Lo so del mondo e anche del resto, lo so che tutto va in rovina ma di mattina, quando la gente dorme col suo normale malumore, mi può bastare un niente forse un piccolo bagliore, un’aria già vissuta, un paesaggio che ne so. E sto bene, io sto bene come uno che si sogna; non lo so se mi conviene, ma sto bene che vergogna.” (Giorgio Gaber da “L’illogica allegria”)
[2] Don Milani in “Lettera ai giudici”
Condivido in pieno il tuo pensiero sui test “oggettivi” e sulla finta valutazione di cui non sappiamo che fare; insegnare è tutt’altra cosa!. Ti ricordi le battaglie nell’epoca, che sembra lontana, dell’introduzione del voto numerico nella scuola elementare? Con gli argomenti dei colleghi basati sul segnalare che sarebbe stato più comodo – e veloce – valutare con i numeri??? E noi che sostenevamo ben altro visti come stupidi scocciatori? Un caro abbraccio MG