02Ornella Favero ha fondato e dirige dal 1997 la rivista Ristretti Orizzonti, il giornale della Casa di Reclusione di Padova e dell’Istituto di Pena Femminile della Giudecca, un importante punto di riferimento a livello nazionale sul mondo della detenzione.
Non è solo un “giornalino” dal carcere, ma un centro di elaborazione e informazione sul mondo carcerario italiano, di riflessione sul senso della pena e sul rapporto tra autori e vittime di reato, attraverso i dibattiti e l’attività giornalistica, cui si affiancano attività formative, convegni e scambi culturali.

Ristretti Orizzonti, oltre all’edizione di libri ed alla rivista a stampa (redatta con detenuti italiani e stranieri), pubblica in rete un “Notiziario quotidiano” completo su informazioni e commenti riguardanti il carcere e la giustizia, e ha un archivio storico di 15 anni e 130mila notizie, strumenti indispensabili a chiunque voglia conoscere, studiare e contribuire a fare qualcosa di buono in carcere.
Ristretti Orizzonti è anche da anni il motore di un progetto, “la scuola entra in carcere, il carcere entra a scuola”, che coinvolge migliaia di studenti e decine di detenuti in un confronto serrato e sincero.
A chi sta in carcere il termine “Ristretti” è tristemente noto. Per chi sta fuori serve invece una spiegazione: “ristretto”, nel linguaggio burocratico carcerario, significa “detenuto”.
Il giornale si chiama così perché è certo che “dentro” si sta davvero stretti, ma in queste “ristrettezze” fisiche e spirituali c’è il bisogno di parlare mantenendo più viva che mai l’ironia.
Ornella Favero ha scritto e diffuso un appello appassionato perché Ristretti Orizzonti rischia di “morire”.
Nel mio piccolo ho accolto il suo appello con un abbonamento.
Comunque abbiate orizzonti “allargati”, buona lettura e buon sostegno.

02bL’anno prossimo Ristretti Orizzonti compie vent’anni, ma a quel compleanno così importante rischiamo di non arrivarci. A distanza di pochi mesi dall’ultimo appello che abbiamo fatto sulle difficoltà in cui versava Ristretti Orizzonti, siamo costretti a tornare a chiedere ai nostri lettori, del giornale e della newsletter quotidiana, e agli amici, alcuni dei quali già ci hanno sostenuto in momenti difficili, di aiutarci ancora, oppure l’alternativa è chiudere le attività.
Quando con i detenuti della mia redazione mi batto per una assunzione di responsabilità da parte loro rispetto ai reati che hanno commesso, e alle persone che hanno offeso, mi trovo poi in grande difficoltà se a non rispettare la legge, e a non assumersi la responsabilità delle illegalità commesse, sono proprio le istituzioni. E provo rabbia, e mi sento più debole quando per esempio questi comportamenti sono messi in atto dagli Enti locali o dai Ministeri. Eppure, qualche giorno fa ho dovuto provare a chiedere a una Banca un prestito non perché abbiamo gestito male le risorse di cui disponevamo, ma perché avanziamo pagamenti di soldi anticipati da noi da anni.
Non ce la facciamo più a continuare le nostre attività, mentre si preferisce parlare di sicurezza finanziando l’acquisto di telecamere invece del reinserimento delle persone detenute. Noi, tra l’altro, alla sicurezza pensiamo davvero, incontrando ogni anno, nelle scuole e in carcere, migliaia di studenti che si confrontano con le persone detenute su come si può scivolare in comportamenti a rischio, e passare quasi senza accorgersene “dall’altra parte”, e questo è un progetto che potrebbe davvero essere un modello di educazione alla legalità.
La sicurezza si costruisce investendo sui percorsi di responsabilizzazione, non sulle città blindate e le carceri abbandonate. Anche perché, come ha detto il ministro della Giustizia alla conclusione degli Stati Generali sull’esecuzione penale, le persone che sono state “a marcire in galera fino all’ultimo giorno”, quando poi escono dal carcere per il 70% tornano a commettere reati. Su questi temi noi cerchiamo di fare un’informazione approfondita e onesta, ed è la nostra sfida, quella dell’onestà di un giornale e di una newsletter, realizzati anche e soprattutto da persone che le regole non hanno saputo rispettarle.
07bAbbiamo per anni fornito i nostri servizi, garantendo un’informazione davvero approfondita e puntuale e facendolo gratuitamente, perché ci interessava soprattutto arrivare a più persone possibile, conquistarle non alle nostre idee, ma a una visione più critica dei temi legati alla Giustizia, all’esecuzione delle pene, al carcere. Oggi nessuno investe più sui “soggetti difficili”, si preferisce fingere che i “buoni” siano tranquillamente e sicuramente buoni e possano fregarsene dei “cattivi”, e così noi, che come dice Agnese Moro, la figlia dello statista ucciso dalle Brigate Rosse, “non vogliamo buttare via nessuno”, semplicemente non ce la facciamo più.
Ci sono migliaia di persone che leggono il nostro Notiziario quotidiano dal carcere e pensano sia uno strumento utile, che utilizzano il nostro Sito internet e ne apprezzano la ricchezza e che partecipano ai nostri incontri e li ritengono importanti occasioni di confronto. Molti si sentono partecipi quando esprimiamo queste difficoltà e ci sostengono come possono e in questa occasione li vogliamo ringraziare di cuore. Chiediamo uno sforzo anche agli altri, a chi magari rimanda da tempo la sottoscrizione di un abbonamento o l’invio di una offerta, perché pensa che non cambino la situazione, contiamo sul vostro appoggio.
Cari lettori, ma anche caro Ministro, che hai le idee ben chiare sull’importanza di fare informazione sulla necessità di ripensare alle pene, e sul fatto che meno carcere equivale davvero a più sicurezza, aiutateci a sopravvivere, e a continuare il nostro lavoro, al servizio di chi vuole rendere le pene più sensate e più utili alla società tutta. Come da nostra consuetudine daremo conto di ogni offerta ricevuta.
L’obiettivo economico è “importante”: per non chiudere abbiamo bisogno di raccogliere 2.000 abbonamenti, o l’equivalente in donazioni.
Contiamo su tutti voi, grazie fin da ora.

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Padova, 2 maggio 2016