Lorella Zanardo è attivista per i diritti delle donne e scrittrice documentarista.
Fa parte dell’Advisory Board di WIN, organizzazione internazionale di donne. Consulente organizzativa, formatrice e docente, è coautrice del documentario Il Corpo delle Donne e dell’omonimo libro.
Ideatrice del percorso educativo per i giovani Nuovi Occhi per la TV, come strumento di cittadinanza attiva.
Su questo tema ha pubblicato per Feltrinelli il libro “Senza Chiedere il Permesso”.
Ha ricoperto importanti ruoli direttivi manageriali. È stata consulente e docente nei paesi dell’Est per la Comunità Europea. Ha gestito progetti di Diversity Management e di Etica del Lavoro. Master in Business Administration, Laurea in Letterature Straniere. Nel 2011 TIAW, The Internationl Alliance for Women, a Washington l’ha premiata come una delle 100 donne che stanno contribuendo a migliorare la condizione della donna nel mondo.
Lorella Zanardo è candidata per l’Altra Europa con Tsipras nella Circoscrizione Centro.
Di seguito un suo articolo.
L’urgenza educativa alla base del mio programma
La scuola viene demolita perché governare degli ignoranti è più facile.
E governare degli ignoranti che guardano la nostra tv privata e di stato – è bene ricordarlo – è ancora più facile.
Da quando è uscito il documentario Il Corpo delle Donne, portiamo avanti due modi di espressione dei nostri diritti di cittadini: protestare con forza verso le istituzioni per come le donne e oggi anche gli uomini vengono rappresentati dalla tv e agire concretamente sul territorio attraverso centinaia di proiezioni e dibattiti in scuole, università, associazioni, comuni e province per innalzare il livello di consapevolezza intorno alle immagini televisive, per dare avvio a un processo di presa di coscienza tra le ragazze e i ragazzi, ma non solo.
È tutto partito dall’avere guardato la tv, spiego nelle classi davanti ad assemblee di studentesse e studenti attentissimi, e questo, mi dico, vorrà pur dire qualcosa.
È accaduto un giorno quando, anziché spegnere la televisione davanti a un programma che non mi piaceva, ho deciso di reagire. Nasce da lì, racconto alle ragazzine, nasce dal dire: “Anziché spegnere di fronte a qualcosa che mi indigna, posso decidere di ‘dire il mio dissenso’”. È continuato con l’avere condiviso con due amici il mio disagio. Questo, spiego, è un punto importantissimo. Da soli le battaglie sono durissime e cercarsi un gruppo di riferimento serve a trovare il coraggio per la protesta.
Da questo lavoro è nato il documentario Il Corpo delle Donne, denuncia per immagini su come la tv umilia il corpo femminile. Otto milioni di persone lo hanno visto e continuano a vederlo sul nostro blog, in Italia e all’estero: noi lo sappiamo bene che senza internet la nostra protesta non avrebbe avuto voce.
La grande sorpresa è stato l’enorme riscontro che abbiamo avuto tra le ragazzine e anche tra i ragazzini di sedici-diciotto anni che ci seguono attenti nei dibattiti dopo le proiezioni perché, ci raccontano, il modello unico intralcia anche loro: “Ho guardato il suo video,” mi dice un ragazzo di un liceo di Massa, “ha ragione, quelle immagini vi umiliano e io mi chiedo perché voi donne non vi ribelliate. Ma si dovrebbe fare un altro documentario sul nostro corpo, il corpo dei ragazzi italiani. Io quando vedo le immagini delle donne in tv, penso che quelle ragazze mi piacciono, eccome. Ma se arrivasse uno straniero e guardasse la nostra tv, penserebbe che noi italiani pensiamo a una sola cosa tutto il giorno. Ma non è così, noi ci pensiamo certo ma non siamo solo questo… e provo fastidio a essere rappresentato così”.
Ignoranti e immobilizzati in un modello unico che uccide ogni tipo di diversità, che rende impossibile l’espressione delle nostre unicità.
Bisogna divenire consapevoli che c’è una piccola parte di italiani che non guarda mai la tv. Sono tra quelli che durante i dibattiti talvolta alzano la mano e mi dicono: “Perché si dà tanto da fare, in fondo basta spegnere la tv”. Ecco, in questa frase a mio avviso è racchiuso uno dei problemi più gravi dell’Italia di oggi: chi poteva e doveva occuparsi della televisione, della legge sul conflitto d’interessi, e della tutela di chi guarda la televisione, e quindi principalmente dei giovanissimi, ha smesso di guardare la tv e di occuparsene come cittadino, come politico e come legislatore. Fa male ricordare che spesso chi dice “basta spegnere la tv” ha dimenticato che spegnere la tv oggi può essere un atto impossibile, un atto che arriva da lontano, da un contesto culturale ricco, da una famiglia attenta, da una scuola stimolante. Spegne la tv chi conosce il piacere che deriva dalla lettura di un libro, da uno spettacolo teatrale. Dallo stare soli con se stessi.
La maggior parte degli italiani non sa spegnere la tv perché spesso non conosce alternative. Essersi dimenticati di questi italiani, che sono la maggior parte, è stato un atto di feroce egoismo, di cui per anni anch’io mi sono resa colpevole. Non ha molto più di democratico un paese che non si cura da trent’anni dell’educazione, della crescita dei suoi cittadini.
Quindi oggi andiamo là dove ci chiamano e dove c’è più bisogno, nelle scuole dunque, e portiamo la nostra proposta: Anziché spegnere la tv, diciamo agli insegnanti e agli adulti, guardiamola in modo consapevole, dando ai ragazzi gli strumenti critici necessari. Nuovi occhi per i media è il nostro progetto formativo che fornisce gli strumenti per una visione consapevole. Il nostro obiettivo finale è la costruzione di una cittadinanza attiva, quella verso la quale anche voi qui tendete. Nel contempo lottiamo per non avere più questa tv che ci offende.
La maggior parte delle persone che guardano la tv ha la tv come unico mezzo di informazione, lo sappiamo, ma quanta importanza abbiamo riservato a questo dato? Da trent’anni questa tv ha monopolizzato e colonizzato il nostro immaginario imprigionandoci in un modello unico facilmente manovrabile. Le “notti di Arcore” sono il risultato di questi trent’anni. Non è il denaro il primo obiettivo, e comunque non il solo, per le ragazze e le madri delle ragazze che hanno affollato la tv in questi anni e ultimamente le feste del premier.
“Voglio che mia figlia esista”, ci ha detto una madre con figlia in tv alla fine di un dibattito: perché insieme alle immagini televisive è passato qualcosa di molto più subdolo e grave, è passata l’idea che: “se non appari non esisti”. I corpi televisivi, è bene ricordarlo, non hanno nulla di liberato, trasgressivo, innovativo, non sono corpi in movimento verso una reale emancipazione. E la dimostrazione sta nei volti cancellati delle donne, e oggi anche degli uomini, dalle immagini televisive. Nessuna riflessione è stata ancora fatta, e la propongo a voi qui con la speranza che la vogliate fare anche vostra, su cosa significherà a livello simbolico e relazionale la scomparsa del volto, che è luogo dove la pietas si manifesta per eccellenza e dove è scritta la nostra storia, di cui i ragazzi e le ragazze che incontro hanno estremo bisogno. Bisogno di facce che raccontino una storia, la nostra personalissima storia, in cui loro possano specchiarsi e riconoscere qualcosa di loro stessi per trovare radici su cui costruire poi le loro vite.
I ragazzi e le ragazze ci chiedono modelli ai quali ispirarsi, volti adulti di uomini e donne che non si nascondano fingendo una perenne giovinezza, che crea in loro fragilità e sconcerto. Con apprensione vi segnalo una enorme fragilità dei ragazzi italiani disperatamente alla ricerca di modelli maschili di riferimento.
Un altro corpo è possibile, oltre a quello imposto dalla dittatura dei media, io ne sono certa. È anche attraverso la liberazione dei corpi, oggi incatenati e resi fragili, e così più inclini alle leggi del mercato, che daremo avvio a un reale cambiamento, poiché questa prigionia trentennale ha bloccato un’energia che potrebbe in futuro essere formidabile.
“Il primo gesto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro vero nome” diceva Rosa Luxemburg. E allora è necessario riconoscere che questa dittatura sui nostri corpi, e sul corpo delle donne in particolare, ha reso possibile l’espansione di un enorme mercato pubblicitario che sul corpo delle donne specula. Ed è bene ricordare che la compromissione tra politica e tv ha permesso l’inaccettabile in qualsiasi altro paese europeo: è ormai risaputo, e ben lo sanno i giornalisti stranieri presenti, che è solo qui in Italia che l’economia liberista non ha trovato alcun ostacolo alla sua espansione, nessun diritto costituzionale che potesse fermare l’umiliazione del corpo delle donne nelle immagini dei media.
Sono convinta che sia urgente, urgentissimo, cominciare a lavorare su progetti concreti a livello europeo che siano ponti verso il cambiamento. Già due generazioni sono cresciute con questa tv, con questa politica, e i danni sono evidenti a tutti. C’è un’emergenza che si manifesta ovunque in Italia ed è la mancanza di luoghi di elaborazione del disagio: la scuola è allo stremo e sono quasi scomparsi i circoli che servivano da punto di incontro, di discussione e connessione.
I ragazzi ci chiedono: “Ormai cosa si può fare?”
Spetta a noi adulti lavorare da ora su progetti concreti intorno ai quali i ragazzi e le ragazze si trovino per dare un senso alle loro vite.
P.S. “She dreams in colour, she dreams in red” è una frase tratta dal brano “Better Man” dei Pearl Jam (dal CD Vitalogy).