Nadia Urbinati, oltre che politologa e giornalista, è anche professoressa universitaria alla Columbia University di New York dove insegna “Scienze Politiche”.
Quando scrive di scuola lo fa con una visione che condivido (ad esempio è a favore dell’investimento nella scuola pubblica ed è stata convinta sostenitrice del referendum bolognese contro i finanziamenti alla scuola privata).
Matteo Renzi, oltre che ex consigliere della Democrazia Cristiana ed ex segretario provinciale della Margherita, è anche segretario del Partito Democratico dove insegna “Scienze Rottamatorie”.
Quando parla di scuola lo fa con una visione che mi preoccupa (ad esempio ha proposto la modifica delle procedure di assunzione degli insegnanti più orientate al merito, premi in denaro ai migliori prof, il potenziamento e la riforma del sistema di valutazione scolastica).
Il quotidiano La Repubblica di oggi ha pubblicato un bellissimo articolo di Nadia Urbinati dal titolo Eguaglianza e merito, che riporto per chi non fosse riuscito a leggerlo.
Nella sua chiarezza cristallina Nadia Urbinati dimostra come il merito, senza l’accoppiamento con l’eguaglianza, non sia un valore di giustizia.
Credo che questo articolo sia un spunto efficace per proporre di abolire dal nostro vocabolario, con o senza referendum, quella brutta parola che è “meritocrazia” di cui Matteo Renzi, insieme a tanti altri, mi sembra un convinto assertore.
Visto che per molti “merito” fa rima con voti e profitto, faccio precedere questo articolo da alcuni appunti di Bruno Ciari (usati anche come immagine di copertina del libro “Bruno Ciari e la controriforma della scuola” a cura di Enzo Catarsi – Edizioni EDS):
“Il voto – profitto è obbligatorio in una prassi in cui è assente la motivazione reale, cioè la partecipazione profonda dei ragazzi alle decisioni, il sentirsi dentro.
Ove c’è motivazione reale non c’è voto e viceversa.
Il voto è il segno di una scuola non democratica”.
Comunque riflettiate, buona lettura.
Si parla spesso del merito come della soluzione ai problemi della nostra società bloccata da un sistema farraginoso e burocratico e da un perverso abito clientelare che premia chi ha amici potenti, non chi ha capacità.
Per questo, merito e lavoro appaiono come una coppia inscindibile: il primo come condizione per il secondo.
Da un’interessante analisi del voto delle primarie del Pd dell’8 dicembre scorso condotta dall’Osservatorio sulla Comunicazione Politica dell’Università di Torino, risulta che questa sia la tesi vincente e il segno dell’identità ideologica della nuova sinistra centrista.
Tra i dati aggregati e interpretati da Luciano Fasano e dai suoi collaboratori emerge che nel suo complesso il Pd è un partito di centro-sinistra autentico nel quale la componente legata alla sinistra tradizionale è scarsamente rilevante nel suo elettorato e ancora di meno tra gli eletti.
A comprovare questa valutazione è la collocazione del merito accanto al lavoro e distante dall’eguaglianza nelle proposte dei delegati del gruppo che ha raccolto più consensi.
Non da oggi, il merito gioca un ruolo di primo piano nella riconfigurazione della cultura ideologica della sinistra.
In una società, come la nostra, dove parenti e amici contano sempre molto, più delle vocazioni e delle doti personali, il richiamo al merito è sacrosanto. Ma è un fatto di legalità piuttosto che di giustizia sociale.
Anche perché organizzare la società sull’abilità dimostrata è alquanto complesso visto che il merito è non solo difficile da misurare e attribuire, ma anche fortemente condizionato dal capitale sociale e dall’ambiente culturale.
Per non essere ingiusta considerazione, il merito richiede molta attenzione alla distribuzione eguale delle condizioni di partenza. Per questa ragione un liberal social-democratico come John Rawls non credeva che dal merito potesse partire una politica di giustizia sociale.
Perché è difficile spiegare con precisione che cosa sia vero merito, prima di tutto in quanto è impossibile stabilire con certezza il dosaggio tra capacità personali e condizioni sociali. Qualche volta sembra che il merito sia una qualità che la persona riconosciuta meritevole possieda naturaliter come per innata disposizione (talenti) e che con fatica e duro lavoro riesce poi a fare emergere (responsabilità).
Ma nessuno sembra soffermarsi abbastanza sulla dimensione sociale del merito, sul suo dipendere profondamente dal riconoscimento sociale e dalla sintonia che si stabilisce tra chi opera e chi ne riceve i frutti o é influenzato dall’operato.
Il giudizio sul merito di una persona è relativo a un settore di lavoro, a determinati requisiti che definiscono una prestazione, all’utilità sociale delle funzioni in un determinato tempo storico e luogo, ovvero al riconoscimento sociale e pubblico.
Nel merito entrano in gioco ben più delle qualità della persona.
Per questo nelle questioni di giustizia si dovrebbe diffidare di usarlo come criterio per distribuire risorse.
Non perché non sia giusto che ad essere assunto in un ospedale debba essere un bravo medico, ma perché non si deve scambiare l’effetto con la causa: è l’eguaglianza di condizione, di trattamento e di opportunità il principio che deve governare la giustizia; il merito è semmai la conseguenza di un ordine sociale giusto.
Per non essere privilegio truffaldino, il merito deve sprigionare da una società nella quale a tutti dovrebbe essere concessa un’eguale possibilità di formarsi capacità e accedere ai beni primari (diritti civili e diritti sociali essenziali) per poter partecipare alla gara della vita.
Il Presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson raccontò questa storia per far comprendere ai suoi concittadini la necessità di politiche pubbliche, in primo luogo scolastiche: immaginiamo una gara di velocità tra due persone che partono sulla stessa linea ma una di esse con dei pesi alle caviglie cosicché dopo pochi metri si troverà in irrimediabile svantaggio, nonostante si impegni con tutte le sue forze.
Si può ignorare questa differenza di capacità nel giudicare del merito del vincitore? Evidentemente no. In questo caso il vincitore non avrebbe proprio alcun merito.
Semmai godrebbe di un privilegio. Perché ci sia una gara onesta ed effettivamente gareggiata occorre rimuovere gli ostacoli dell’altro competitore, e lo si può fare in tre modi: o si libera la persona impedita a gara cominciata e si fa finta che ci sia giusta competizione (affermazione del privilegio), oppure si dà a chi è oggettivamente impedito un vantaggio a gara cominciata (programmi di aiuto a chi ha bisogno) oppure lo si prepara prima che la gara cominci (politiche di cittadinanza sociale).
Non si intende dire con questo che non ci può essere merito meritato; ma che non ci può essere se alcuni partono avvantaggiati o se non si correggono le diseguaglianze di opportunità prima di valutare il merito.
Ecco perché senza l’accoppiamento con l’eguaglianza il merito non è un valore di giustizia.
A meno che non si controllino tutte le relazioni sociali che presiedono alle nostre scelte individuali (cosa indesiderabile oltre che impossibile da ottenere in una società che vuole restare libera) non si può onestamente parlare del merito come della soluzione ai problemi di ingiustizia sociale (mentre la sua violazione nei concorsi pubblici può comportare illegalità).
Si deve invece partire dall’eguaglianza di opportunità e delle condizioni di formazione delle capacità, per esempio da scuole pubbliche di buona qualità distribuite su tutto il territorio nazionale affinché la gara possa essere davvero aperta a tutti e non si sfoltisca a valle il numero dei potenziali concorrenti.
Non avrai altro merito all’infuori di me

Condivido, senza se e senza ma. La meritocrazia, parola aberrante e facente parte di quel vocabolario di parole scontate, precotte, scongelate al microonde, che oramai pullulano nei proto-vocabolario di tutti i politici. Il merito, come dice giustamente la prof nell’articolo non può essere scisso dalle pari opportunità, dall’uguaglianza (vera e non presunta). Una società con una scuola debole, forma dei futuri lavoratori deboli, in un mondo dove il lavoro non esiste, e dove tutti si devono adattare a tutto, come si può parlare di merito ? in che modo vengono risaltate le attitudini di un laureato che lavora in un call-center ? in che modo un operaio precario può sviluppare le sue capacità artistiche ? In che modo un grigio impiegato può adempiere al suo bisogno di scrivere ? in che modo un bravo insegnante, magari precario, può incidere sulle coscienze dei propri alunni ? In che modo una casalinga vincitrice di un concorso, può permettersi di lavorare, se non ha la possibilità di essere aiutata con i figli ?
Tutte queste ed altre mille domande, mi portano a dire che la sinistra, deve smettere di combattere una battaglia di retroguardia, di nicchia, deve parlare con parole differenti, deve spiegare perché i luoghi comuni hanno demolito le coscienze, omologando tutto e tutti a frasi fatte. Non smettiamo mai, Mauro di combattere per la trasparenza dei nostri sogni, perché l’esempio parta da chi si ritiene geneticamente di sinistra, consapevole della responsabilità, che da ciò ne deriva.
Buon anno e che il 2014 non assomigli in niente al fetido 2013. Ti abbraccio.
Come sempre, hasta siempre !