firenze-al-contrarioCerte volte mi capita di farlo con i quotidiani: li sfoglio a partire dall’ultima pagina per poi fermarmi a leggere quello che mi interessa.
Forse è un’azione involontaria che nasconde il desiderio di vivere in una realtà che sia il contrario di quella attuale. Forse…
Vorrei suggerire di andare all’incontrario anche a chi avrà la pazienza di leggere questo testo, per poi fare soste e/o leggere saltando di palo in frasca. Si potrebbe partire ad esempio dalla parte finale di un’importante documento filmato che si intitola “L’attore in manicomio”, messo in rete da Antonio Tassinari del Teatro Nucleo. 
Scopa_MeraviglianteÈ la riedizione del 2003 di uno storico documentario sull’attività teatrale svolta nel 1977 da Cora Herrendorf e Horacio Czertok (Teatro Nucleo) presso l’Ospedale Psichiatrico di Ferrara diretto da Antonio Slavich.Il video si conclude con un estratto dell’intervento di Franco Basaglia al Convegno “La Scopa Meravigliante“.
Il professor Basaglia, psichiatra e padre ispiratore della Legge 180 che trasformò il concetto di salute mentale in Italia, parla dell’ottimismo della pratica da opporre al pessimismo della ragione.
Penso possa essere un inizio perché può permettere di approfondire meglio quello che verrà poi, anche andando in ordine sparso: vedere tutto il filmato, leggere il resto del testo ma anche soffermarsi su queste due parole chiave.
Il tema dell’ottimismo della pratica è caro non solo agli operatori della salute ma anche agli insegnanti e agli educatori perché, potrà sembrar banale ma, i cambiamenti desiderati possono avvenire soltanto immaginandoli prima, credendoci ed praticandoli poi (ottimismo della volontà ed ottimismo della pratica).
BasagliaFoto800Penso che gli educatori debbano essere ottimisti per carattere perché hanno modo di verificare concretamente le conquiste che compiono i loro studenti, ottenute anche grazie alle proposte didattiche, alle condizioni metodologiche ed alle situazioni relazionali strutturate per loro.
Gli insegnanti (ma non sono certo gli unici) hanno quindi il modo di appurare quanto l’ottimismo della pratica sia la vera energia, pulita e rinnovabile, del cambiamento.
Dello stesso cambiamento si parla in questo testo

O meglio si parla di una bella storia italiana: come anche a Ferrara si sono chiusi manicomi e istituti per minori.
Ho raccolto materiale inviatomi da amici e ho messo insieme altri appunti per invitare calorosamente alla partecipazione di varie iniziative che si svolgeranno nei prossimi giorni a Ferrara nell’ambito dell’iniziativa Estate Bambini.
Andiamo con… disordine: ecco il filmato di cui parlavo: (l’intervento di Basaglia è al minuto 26.16 ma vale la pena guardare con calma tutto il filmato)
QUESTO È IL VIDEO:


QUESTA È LA STORIA
Sotto_il_nostro_tetto_rossoLa data del 29 ottobre 1858 sancisce la nascita del “Manicomio di Ferrara” come ritroviamo negli scritti dell’Istituto Ricci per la formazione in psichiatria. «Quel giorno – si legge – 56 poveri mentecatti, fra cui 28 uomini e 28 donne che si trovavano ricoverati in malsane ed anguste camere dell’arcispedale di Sant’Anna, furono trasferiti nel palazzo Tassoni, un antico edificio situato sui bastioni della città, che costituì in questo modo il primo nucleo del manicomio ferrarese». L’8 aprile 1904 nasce a tre chilometri dalla città una succursale: una colonia agricola ubicata nella località di San Bartolo, che funge anche da ricovero per alienati cronici tranquilli, dove trovano collocamento circa 100 malati e dove si è approntata una “sezione speciale per idioti”.

Il manicomio di Ferrara serviva anche parte delle provincie di Rovigo, Vicenza, Modena e Bologna: tra il 1873 e il 1882, la media complessiva dei ricoverati oscillava tra 204 e 283 unità, di cui la grande maggioranza poveri ad esclusivo carico della Provincia. Nella sezione uomini lavoravano muratori, fabbri, falegnami, pittori, materassai, tappezzieri e calzolai; in quella delle donne si facevano lavori di maglia, di cucito, di pantofole e si praticava l’industria del baco da seta.
Nel 1971 nasce il Centro Diurno psichiatrico che si trasferisce nel ’76 nell’antico convento di San Bartolo.
Soppresso a seguito della legge Basaglia nel 1980, restò operante come ospedale psichiatrico sino al 1996.
QUESTA È UNA BELLA STORIA
154659782-55d6bc19-42e0-4427-b15d-e4e664e86c7cManicomi, orfanotrofi, istituti medicopsico-pedagogici: centinaia di persone rinchiuse entro le mura di istituzioni totali, donne e uomini entrate in manicomio anche da bambini e bambini entrati in orfanotrofio o negli istituti per condizioni familiari e personali di grande fragilità. A Ferrara 754 all’inizio degli anni ‘70 nel manicomio di via Ghiara e a San Bartolo, più di 300 i bambini nel famigerato Istituto di Ficarolo e nel Brefotrofio.
Vite umane complesse, persone denudate dei diritti fondamentali, persone trasformate in cose, raccolte in stanzoni sbarrati da serrature ed inferriate.
Questa la realtà “scoperchiata” ormai oltre quarant’anni fa per essere restituita alla sua comunità e ai suoi luoghi di vita, una storia di lotte e di impegno diffuso che ha poi trovato sanzione nella Legge 517 del 1977 sull’inserimento dei bambini disabili nelle scuole, nella Legge 180/78, la giustamente famosa “legge Basaglia” che ha chiuso i manicomi e infine nella Legge n. 184 del 1983 sull’affido familiare che ha sancito il diritto di ogni bambino ad avere una famiglia ha posto le basi della chiusura di tutti gli istituti per minori.
Una bella storia italiana, di servizi che hanno saputo aprirsi al proprio territorio e di comunità capaci di accogliere, cui da ogni parte del mondo si guarda ancor oggi al nostro Paese con ammirazione e che anche a Ferrara ha visto donne e uomini che con coraggio hanno saputo riconoscere come proprie le fragilità di ogni storia di vita ed agire responsabilmente per restituire dignità alle persone segregate attraverso un lavoro impegnativo, ampiamente partecipato dalla comunità civile.
Manicomio-di-Mombello-2-of-13-980x650Una storia di cui Ferrara è stata luogo non secondario e parte importante e in cui la graduale liberazione delle persone dalla carcerazione manicomiale di via Ghiara è andata di pari passo con quella dell’accoglienza dei bambini ricoverati nel brefotrofio e negli istituti, contestualmente accompagnata dall’apertura di servizi rivolti al sostegno delle famiglie in difficoltà, all’apertura di luoghi di accoglienza delle persone senza reti sociali di riferimento, alla diagnosi e alla cura precoci dei bambini con segni di disagio psicofisico e sociale.
Una storia di grande coraggio che ha visto tante persone, ferraresi e non ferraresi, lavorare fianco a fianco per anni con un forte alleanza tra tecnici e politici, tra enti locali ed associazionismo, in continuo dialogo con i cittadini.
Alla fine degli anni Sessanta, come peraltro in altre parti d’Italia e come esito non casuale della recessione economica e, a Ferrara come nel Mezzogiorno, dei processi migratori che spopolano nel dopoguerra le campagne, la situazione appariva la seguente:
Manicomio Provinciale di Via Ghiara: oltre 700 ricoverati
Istituti Medico-Psico-Pedagogici: 323 minori ricoverati (in gran parte presso l’Istituto di Ficarolo)
Befrotrofio di Ferrara: 80 bambini ricoverati
cd conventoSulla scia di quanto negli stessi anni avviato da Franco Basaglia e altri a Gorizia, Parma e Trieste, anche a Ferrara, l’Amministrazione Provinciale con Carmen Capatti che aveva la responsabilità delle strutture manicomiali, si propose di affrontare il problema e avviò un processo complesso (che durò di fatto un intero decennio) di apertura delle istituzioni totali e di restituzione alla vita delle persone che in esse erano recluse.
Nel 1972 a guidare questo processo fu chiamato da Gorizia il prof. Antonio Slavich inizialmente come direttore del nuovo servizio di igiene mentale territoriale e in seguito, tra il 1977 e 1978, anche Direttore del Manicomio Provinciale, struttura di cui proprio in quegli anni realizzò di fatto la chiusura.
In soli sei anni, tra il 1972 e il 1978, grazie a una virtuosa, alleanza tra amministratori, politici, operatori sanitari e sociali e con un sostanziale sostegno e collaborazione da parte di gran parte della popolazione cittadina, anche a Ferrara vennero così realizzate grandi cose:
8411047448_ae5eeb51ea_z– si cominciarono a dimettere i bambini ricoverati nel befrotrofio e negli istituti, processo avviato fin dal 1969/1970 che si accompagnò all’apertura del Centro di educazione psicomotoria e ai primi inserimenti scolastici che poi trovarono pieno sviluppo dopo l’approvazione della Legge 517 del 1977;
– si fece entrare la città in via Ghiara e a San Bartolo a conoscere con feste ed incontri la realtà dell’esclusione manicomiale, si promossero nei quartieri e nelle fabbriche momenti di crescita culturale e di coscientizzazione diffusa e ogni forma possibile di aggregazione sociale con valore preventivo e di integrazione;
– con l’arrivo di Slavich, si bloccò da subito e sull’intero territorio provinciale la possibilità di nuovi ricoveri in manicomio e in ogni altro tipo di istituzione totale anticipando di fatto lo spirito e la lettera della Legge “Basaglia” n. 180 del 1978;
– si dimisero progressivamente i ricoverati reinserendoli in famiglia o trovando appositi alloggi in città e assicurando loro opportune forme di sostegno economico ed assistenziale;
– si aprirono gruppi appartamento per minori e adulti (denominati Gruppi di Cooperazione Educativa) per accogliere le persone in uscita dalle istituzioni totali che non potevano rientrare in famiglia
– si aprirono, anche grazie ad una opportuna riconversione delle risorse economiche fino ad allora assorbite dalla gestione manicomiale, nuovi servizi (come i i Centri Educativi Assistenziali diurni) finalizzati al reinserimento nella vita lavorativa e sociale delle persone svantaggiate;
– si svilupparono esperienze di affidamento e adozione dei minori, poi sancite con la Legge n. 184 del 1983, e più in generale si incentivarono esperienze di solidarietà individuale e collettiva all’interno della comunità cittadina.
Nella primavera del 1978, a conclusione di una “Stagione davvero particolare” (come recita il titolo del bel libro dedicato da Giulia Ciarpaglini all’esperienza dei Gruppi appartamento per minori ferraresi), il convegno “La Scopa Meravigliante”, alla presenza di Franco Basaglia e con le animazioni e i laboratori del Teatro Nucleo segnò un punto di non ritorno di una straordinaria vicenda umana, tecnica e politica che, a distanza di qualche anno, Antonio Slavich, che di questa vicenda fu indubbiamente la guida carismatica, ha poi raccontato nel suo testo che con lo stesso titolo del convegno gli Editori Riuniti pubblicarono nel 2003.
QUESTA È LA STORIA DI MARCO CAVALLO
Quando c’è la bora, Trieste diventa la città del vento. Dicono che la bora può far diventare pazzi. Si innervosisce anche Marco, il cavallo con una piccola stella bianca in fronte che trasporta i fagotti della biancheria all’ospedale san Giovanni. Quello di san Giovanni non è un ospedale come tutti gli altri: non ci stanno quelli che hanno male al corpo, ma all’anima.
Marco_Cavallo,_Trieste,_1973_marzoSono malati che non sanno comportarsi come veri adulti, vedono e sentono cose che nessuno vede o sente.
Sono matti. C’è quello che si crede un albero, c’è quello che spezza il collo agli uccelli, quello che come Francesco agli uccelli gli parla… 
L’ospedale è grande come un villaggio, sulla collina. È tutto recintato, con le sbarre alle finestre…
Il nuovo dottore che dirige l’ospedale però è riuscito ad aprire i cancelli dell’ospedale di san Giovanni, perché dice che la libertà può guarire. Un giorno è arrivato all’ospedale un furgoncino bianco. Siccome Marco, il cavallo del carretto, zoppicava e si vedeva che era ormai vecchio, si è subito capito che ora il furgoncino avrebbe trasportato la biancheria. Di Marco il cavallo non ci sarebbe più stato bisogno. Al macello. Il dottore che dirige l’ospedale dice che lui non è un veterinario, non è il suo lavoro salvare gli animali, lui si occupa delle persone… però ha capito che anche Marco aveva il suo diritto alla libertà. Era il simbolo delle vite di tutti quelli che stavano lì dentro. E ha deciso di tenerlo per farlo invecchiare serenamente, a San Giovanni. Poco a poco i matti hanno cominciato a girare per la città. Certo, l’uomo-albero continuava a credersi albero, quello che si credeva Dio non ha pensato di essere solo un angelo, no, continuava a credersi Dio… All’inizio qualcuno aveva un po’ paura per i loro modi strani… poi le persone si sono abituate alcune hanno cominciato a venire su all’ospedale.
C’erano anche pittori, scultori artisti… Tutti insieme hanno costruito un enorme cavallo di cartone e cartapesta, l’hanno montato su rotelle e l’hanno chiamato Marco Cavallo. Dentro era cavo, vuoto, per contenere tutti i sogni. Ed era azzurro, azzurro come il cielo di Trieste. Come il Marco del carretto, aveva una piccola stella bianca in fronte. Una domenica di primavera si è deciso che Marco, il Cavallo Azzurro, sarebbe uscito per la città, per le strade di Trieste, come gli altri che erano usciti.
Ma al momento di portarlo fuori dall’edificio in cui era stato costruito, ci si accorse che era troppo grande per passare dalla porta. Che fare? Qualcuno ha proposto di romperlo e rimontarlo fuori… ma il dottore ha detto: “No, piuttosto rompiamo la porta.”
(testo liberamente tratto dal libro “Il Grande Cavallo Blu” di Iréne Cohen-Janca, ed. Orecchio Acerbo, Roma 2012)

QUESTA È L’AZIONE TEATRALE
Palcoscenico di “Una bella storia italiana” sarà l’intera Piazza  XXIV Maggio ed EstateBambini che per questo alle 18.30 di martedì 10 settembre 2013 interromperà tutte le sue attività di gioco e spettacolo.
Scena iniziale: punto di ritrovo per tutti è lo spiazzo antistante la fontana monumentale. Davanti al cancello c’è un “fantoccio” seduto su una sedia.
estate-bambiniDietro di lui, rannicchiato, un uomo. Il suono di una “goccia” si diffonde in tutta la piazza a creare un’attenzione e un silenzio interiore come a riportarci, a livello sensoriale,  poi Mauro Pambianchi comincia a suonare il Ventre della Madre e al suono di questo antichissimo strumento etnico cominciano a muoversi energie e persone. L’uomo rannicchiato all’ingresso del cancello si alza e si carica sulle spalle la sedia con il fantoccio, ad esprimere la fatica quotidiana di portare le parti “malate” di sé e ristabilire i confini tra disabilità e disagi, per affermare che le persone non sono solo la loro patologia e possano riprendere tutte le aree della loro esistenza.  Poi  scende la  scalinata dove viene accolto dall’Uomo dai Nastri Colorati ed ecco esplodono i petardi, inizia la sfilata dei tamburi e lontano si sente un suono, come di un galoppo nascosto…
Prima  tappa: sul palco di festebà a destra guardando la fontana, l’Orkestra Percussiva accoglie il pubblico ritmando una musica e un coro di voci …
Seconda tappa: l’Uomo dai Nastri Colorati che guida il corteo-carovana lo ferma davanti all’ingresso dell’Isola del  Tesoro con le parole di “Stop”, il primo brano dei Pink Floyd e viene aperto il cancello del sotterraneo a simboleggiare l’abbattimento dei muri delle Istituzioni totali, manicomi ed istituti per minori, avvenuto negli anni ’70. Dal sotterraneo escono fantocci-attori che salgono le scale dell’Isola del Tesoro e raccontano storie di diversità, di accoglienza e di speranza. Sulle note di “Outside the Wall” i “fantocci” vengono invitati con danze e abbracci ad unirsi al corteo-carovana che si avvia verso la tappa successiva.
Terza  tappa: sul palco davanti alla tribuna, suona la banda Rullifrulli di Mirandola, un gruppo numeroso formato anche da ragazzi con varie disabilità, un entità variopinta che, usando materiale di recupero come strumenti, lancia un potente mes- saggio: qualcosa che la società scarta come inutile viene riscoperto nella sua straordi- naria bellezza.
Momento  finale:  un  richiamo  giunge dalla scalinata della fontana monumenta- le e il corteo-carovana, guidato dall’Uomo dai Nastri Colorati, intona un antico canto africano e inizia una danza circolare. Sarà un’esplosione di festa che piano piano si tra- sformerà però in un energia più intima per ritornare al suono del Ventre della Madre e all’origine della “goccia”, perché è  proprio cosi, goccia a goccia che il mare delle relazioni umane vive, si forma e trasforma la vita di tutti noi.
Per prendere parte attivamente il 10 settembre a Una bella storia italiana occorre quest’anno vestirsi di azzurro perché azzurro era Marco Cavallo che nel 1973 scese con Basaglia e i ricoverati dal manicomio di Trieste per le strade della città abbattendo per sempre i cancelli e i muri dell’esclusione. Maglietta, camicia, pantaloni lunghi o corti, gonna… basta quindi che sia azzurri (meglio senza scritte visibili, al limite rovesciando l’indumento per far sparire disegni e scritte) e tutti, proprio tutti, donne e uomini di ogni età e bambini, possono e sono invitati a prendervi parte, con disponibilità a mettersi in gioco e cantare seguendo il ritmo dell’azione teatrale.

Manicomio di Colorno, 1968_Foto CeratiQUESTO È IL PROGRAMMA DI DOMENICA 1 SETTEMBRE 2013
ore 9.30 – 13.00: 
una mattinata sui luoghi dell’esclusione manicomiale e con i protagonisti delle lotte degli anni ‘70 per la liberazione dei ricoverati e dei minori dagli istituti
ore 9.30: ritrovo all’ex manicomio di via Ghiara, 36 (ora facoltà di Architettura) con il racconto di Carmen Capatti e Luigi Missiroli.
ore 10.30: Visita guidata con Mario Cariani e Luigi Missiroli al complesso edilizio che ospitava il manicomio provinciale
ore 11.30: trasferimento in pullman a San Bartolo
ore 12.00: visita al Centro diurno F. Fanon e al convento che attualmente ospita la residenza psichiatrica
ore 13.00: Conclusione della mattinata e rientro in pullman in città
QUESTO È IL PROGRAMMA DELLA MOSTRA
Dal 5 all’11 settembre in Estate Bambini (Sala Azzurra dell’ Isola del Tesoro)
Piccola Mostra di fotografie e video sulla chiusura del Manicomio di Ferrara e l’avvio dei processi di integrazione scolastica dei ragazzi disabili.

SlavichQUESTO È UN TESTO DI ANTONIO SLAVICH
“Ma è tutta Ferrara che questo racconto vuole ricordare con affetto, quei giovani, quegli adulti responsabili che hanno pazientato per anni, e quella vecchina che all’angolo tra Carlo Mayr e via Cammello, sentendo un energumeno deridere un giovane povero di spirito, inveiva minacciandolo con l’ombrello: “Varda ben, c’al digh a Slavich!”.
Dal lessico delle famiglie ferraresi era scomparsa la minaccia ormai insensata “at mand da Slavich”: forse la novità di tutta la riforma stava tutta in questa differenza. Solo una sfumatura, ma alla fine la avevano capita tutti i ferraresi di buona volontà, che erano tanti.”
(A.Slavich, La scopa meravigliante, Editori Riuniti, Roma 2003, pag. 226)

QUESTA È UNA STORIA DI GIANNI RODARI
La Sirena di Palermo
Una volta un pescatore di Palermo trovò nella rete, insieme ai pesci, una piccola sirena. Era impaurita, perché aveva perduto la sua mamma mentre giocava a nascondersi tra gli scogli, ora non conosceva più la strada per tornare a casa. Il pescatore pensò che il mare era grande per una sirena bambina che non sapeva dove andare. Aveva già cinque figli. La sua casa era piccola e povera, ma se la sirena prometteva che non avrebbe occupato tanto posto poteva portarla con sé.

Il pescatore la nascose nella cesta e la portò a casa. La sirena era graziosa, i suoi occhi erano buoni e allegri.
I bambini del pescatore erano addirittura felici.
– Finalmente una sorella! – dicevano. Erano cinque maschi, tutti in scala!
Il pescatore decise di prendere una carrozzella, perché doveva stare sempre seduta.
Le misero davanti una coperta e dissero che aveva le gambe malate. Il pescatore e la sua famiglia abitavano in un povero vicolo, in un quartiere di vicoli poveri e stretti e la gente stava quasi sempre fuori.
Nel vicolo, poi, c’erano tante bancarelle, vi si vendeva di tutto: pesci, formaggi, abiti usati, qualsiasi cosa. La piccola sirena, seduta nella carrozzella fuori della porta di casa, non si stancava mai di quello spettacolo.
Tutti la conoscevano, ormai.
I giovanotti scherzavano con lei e fingevano di litigare tra loro per sposarla.
deleono1I figli del pescatore non parlavano che di lei, erano molto orgogliosi della sua bellezza e le portavano le piccole meraviglie. La piccola sirena adesso si chiamava Marina.
Una sera la portarono a vedere il teatro dei pupi. Marina era incantata e felice. Quando poi fu l’ora di andare a letto, cominciò anch’essa a raccontare.
Sapeva storie meravigliose, le aveva imparate quando viveva nel mare con le altre sirene. Per esempio, sapeva la storia di Ulisse e dei suoi viaggi, e di quella volta che passò con la sua nave accanto all’isola delle sirene…
Da quella volta Marina non cessò mai di raccontare: storie di pesci, di mostri sepolti negli abissi marini, di navi affondate e spolpate lentamente dall’acqua. Intorno alla sua carrozzella, nel povero vicolo, c’era sempre un crocchio di bambini che spalancavano i loro occhi e non erano mai stanchi di ascoltare.
– Quella bambina è una sirena, – dicevano i vecchi pescatori.
– Guardate come ha incantato tutti. Era proprio una sirena. Più nessuno, ormai pensava a lei come a una povera bambina infelice perché non poteva camminare.
La sua voce era chiara e squillante, e nei suoi occhi c’era sempre una luce di festa.
(testo liberamente tratto da “Il libro degli errori” di Gianni Rodari)
Comunque facciate pratica di ottimismo, buona partecipazione. Mauro