Mentre frequentavo l’ultimo anno delle superiori, non sapevo che Francois Truffaut stava facendo uscire il suo quindicesimo film. Diciassette anni dopo “I Quattrocento Colpi” infatti usciva in Francia uno dei più delicati, teneri e sinceri sguardi sul mondo dell’infanzia.
Nelle note di regia si legge: “Da anni mi interesso alle storie vere che riguardano l’infanzia. Fatti diversi, raccolti nei giornali, confidenze, ricordi, tutto alimenta la mia curiosità. L’argent de poche doveva essere il titolo di una raccolta di novellette, alla quale ho rinunciato per ricavarne la sceneggiatura del film. (…)”
Il titolo originale è appunto “L’argent de poche” che tradotto potrebbe essere “la paghetta” (in ferrarese: la sabadina); i tedeschi hanno lasciato il titolo originale: “Taschengeld” (La paghetta); gli inglesi invece lo hanno fatto diventare “Small changes” (Piccoli cambiamenti) mentre in Italia è uscito con il titolo “Gli anni in tasca” e devo dire che stavolta la libera attribuzione del titolo che ne è stata fatta mi piace.
Nel film, che è da vedere e rivedere, rimane memorabile il discorso del maestro Richet ai bambini della sua classe dopo la scoperta dei maltrattamenti subiti da Julien, uno di loro.
Memorabile per diversi motivi: perché il regista, ricordando la sua infanzia dolorosa, ci mette tutta la forza di una straordinaria identificazione, perché è un discorso che non nasconde la crudezza della realtà, perché è un monologo energetico che parla di resilienza e di resistenza, perché è un messaggio ottimistico di lotta.
Anche per questo l’ho trascritto, per poterlo leggere e rileggere e perché altri lo possano leggere e rileggere.
“Di fronte ad una storia così terribile come quella di Julien, la nostra prima reazione è quella di paragonarci con lui. Io ho avuto un’infanzia difficile, non tragica come quella di Julien, ma difficile e mi ricordo che ero molto impaziente di crescere, perché vedevo che gli adulti hanno tutti i diritti, possono decidere della propria vita; un adulto infelice può ricominciare la vita altrove, può ripartire da zero: un bambino infelice nemmeno lo pensa, sa di essere infelice, ma non può dare un nome a questa infelicità.
E soprattutto dentro di lui non può mettere in discussione i genitori e gli adulti che lo fanno soffrire. Un bambino infelice, un bambino martire si sente sempre colpevole ed è questo che è orribile.
Fra tutte le ingiustizie che ci sono al mondo, quelle che colpiscono i bambini sono le più ingiuste, le più ignobili, le più odiose.
Il mondo non è giusto e forse non lo sarà mai, ma è necessario lottare perché ci sia giustizia, bisogna, bisogna farlo: le cose cambiano, ma lentamente; le cose migliorano, ma lentamente.
Quelli che ci governano cominciano sempre i loro discorsi dicendo: ” Il Governo non cederà di fronte alle minacce“, invece è il contrario: il Governo cede solo alle minacce. E i cambiamenti si ottengono solo reclamandoli energicamente. Da qualche anno gli adulti hanno capito e ottengono in piazza quello che gli si rifiuta negli uffici; vi dico tutto questo solo per dimostrarvi che gli adulti quando lo vogliono veramente, possono migliorare la loro vita, migliorare il loro destino, ma in tutte queste lotte i bambini sono dimenticati: non c’è nessun partito politico che si occupi veramente dei bambini, dei bambini come Julien o dei bambini come voi.
Esiste una spiegazione per tutto questo: i bambini non sono elettori. Se i bambini avessero diritto al voto, voi potreste chiedere più asili nido, più assistenti sociali, più di qualsiasi cosa e li otterreste, perché i deputati vorrebbero i vostri voti. Per esempio potreste ottenere di arrivare a scuola un’ora più tardi d’inverno, invece di arrivare che è ancora notte.
Volevo anche dirvi che, proprio perché ho un brutto ricordo della mia infanzia e perché non mi piace come ci si occupa dei bambini, che io ho scelto di fare il lavoro che faccio: cioè insegnare. La vita non è facile, è dura ed è importante che impariate a diventare forti per poterla affrontare.
Badate: io non vi spingo a diventare dei duri, ma dei forti. Per uno strano equilibrio quelli che hanno avuto un’infanzia difficile, sono più preparati ad affrontare la vita adulta di quelli che sono stati molto amati e molto protetti.
È una specie di legge di compensazione: la vita è dura, ma anche bella. Infatti ci teniamo molto: basta essere costretti a letto per un’influenza o una gamba rotta per avere voglia di uscire, di andare a spasso, per accorgerci che la vita ci piace.
Bene. Fra poco partirete per le vacanze: conoscerete nuovi posti, della gente nuova e quando tornerete andrete tutti in una classe superiore.
A proposito l’anno prossimo le classi saranno miste. E poi vedrete che il tempo passa in fretta: un giorno avrete anche voi dei bambini e io spero che voi li amerete e loro vi ameranno, anzi loro vi ameranno se voi li amerete, altrimenti rivolgeranno il loro amore o il loro affetto, la loro tenerezza su altra gente, su qualcos’altro, perché la vita è fatta così: non si può fare a meno di amare e di essere amati.
Bene, ragazzi: la scuola è finita. E vi auguro buone vacanze”
La tasca degli anni
Da questo piccolo estratto film assolutamente da vedere
Caro Mauro, grazie davvero per questo pensiero che sento in sintonia con tante storie che incontro nel mio lavoro, e così anch’io mi ci sento accolta. I bambini stanno tornando ad essere sempre più considerati – temo – proprietà degli adulti, non persone, non soggetti con diritti, sogni e necessità. Il maestro Richet dà una risposta politica, elettorale, che è vera. Non è l’unica, secondo me. Tanti grandi hanno paura di ascoltare i bambini, ascoltarli davvero. I bambini che loro sono stati e quelli che incontrano adesso che sono grandi. Eppure le analisi più lucide, anche nelle famiglie difficili, non di rado le sento proprio dai piccoli…
Con questo prendo anche l’occasione per dirti quanto apprezzo leggere i tuoi pensieri.
Buontutto,
Elena