Ernesto_Che_GuevaraNon mi intendo molto di calcio ma ieri, da quel che ho potuto vedere, l’Italia ha vinto contro l’Uruguay ai rigori e senza meritarselo.
Nel rugby, che considero lo sport più “costituzionale” (come ho già scritto qui), è più difficile assistere a vittorie immeritate.
Credo dipenda dalla diversa interpretazione ed applicazione del gioco di squadra.
Nel calcio, a seconda dei vari modelli di gioco, sono quasi sempre i giocatori della difesa a sopportare la maggior sofferenza.
Nel rugby la sofferenza la si divide equamente: quando si è in difesa tutti devono stare sulla stessa linea, tutti devono placcare e ci si deve tener stretti in raggruppamenti (maul e ruck) che possono essere la soluzione per trasformare la difesa in attacco. Ovviamente gli otto di mischia, che sono più grossi, sono quelli che devono contrastare gli attacchi più pesanti.
Sia in campo sportivo che in quello politico sono due logiche diverse per resistere di fronte agli attacchi.
Da rugbysta (ex non va bene perché “Chi ha giocato a rugby, è rugbysta tutta la vita“) credo che la soluzione per uscire da una situazione di crisi sia quella di suddividere equamente gli sforzi fra tutti, facendo in modo che l’urto maggiore lo sentano i “più grossi”.
Mi rendo conto però che l’Italia, anche l’Italia delle “larghe intese”, è un Paese “culturalmente calcistico” che fa politica “con la difesa a 3 “: quando c’è la crisi chi difende sono sempre i soliti mentre gli altri se ne stanno, beati e ben pettinati, nel campo avversario ad aspettare che arrivino le occasioni buone oppure ancora se ne stanno a casa per rimettersi in forze in vista di obiettivi più prestigiosi, magari facendosi fotografare a bordo delle proprie fuoriserie.
In simili condizioni può capitare di vincere, ma solo in un gioco come il calcio… non nel rugby, non nella politica, non nella vita.
Ad esempio…
Mentre in Italia si sono tagliati oltre 8 miliardi di euro all’istruzione pubblica, in Uruguay l’istruzione è impartita gratuitamente a ogni livello, dalla scuola primaria all’università.
In Italia, nel 2005, gli analfabeti erano circa il 12% della popolazione (molti di più rispetto ai laureati) mentre in Uruguay, nel 2007, si registrava un tasso di analfabetismo tra i più bassi dell’America latina: 2,1%.
L’Italia è il fanalino di coda per ciò che concerne gli investimenti nell’istruzione; l’Uruguay invece è il terzo paese più sviluppato del continente (dopo Argentina e Cile).
Mentre l’Italia rimanda i problemi ma taglia la spesa pubblica, l’Uruguay è riuscito a evitare una recessione e ha mantenuto tassi di crescita positivi, soprattutto attraverso una maggiore spesa pubblica e degli investimenti.
Imagen03Last but not least: mentre in Italia il presidente Giorgio Napolitano frequenta il Parlamento da 60 anni, abita al Quirinale e guadagna oltre 230.000 euro all’anno, in Uruguay il presidente José Pepe Mujica, è un personaggio epico: ha 78 anni ed un passato da guerrigliero; “Da Tupamaro a Presidente” titola un libro che racconta di lui.
Ai tempi della dittatura fu imprigionato rimanendo in carcere per circa 15 anni.
Riceve dallo stato una cifra corrispondente a circa 10.000 euro al mese, ma dona il 90% in beneficienza a favore di Organizzazioni Non Governative e di persone bisognose (devolve soprattutto al Fondo Raúl Sendic, un’istituzione che aiuta lo sviluppo delle zone più povere del Paese).
Tiene per sé una cifra attorno ai nostri 800 euro; in un’intervista ha dichiarato: “Questi soldi mi devono bastare perché ci sono molti uruguaiani che vivono con molto meno!
Abita con la moglie e un cane a tre zampe, che si chiama Manuela, in una piccola fattoria a pochi chilometri da Montevideo; ha rinunciato quindi al palazzo presidenziale.
Jose-MujicaLa sua automobile è il mitico Maggiolino Volkswagen degli anni ’70.
Intervistato dalla televisione inglese ha dettoMi chiamano il presidente più povero, ma io non mi sento povero. I poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso, e vogliono sempre di più. È  una questione di libertà. Se non si dispone di molti beni allora non c’è bisogno di lavorare per tutta la vita come uno schiavo per sostenerli, e si ha più tempo per se stessi”.
Da quando Josè Mujica è stato eletto presidente nel 2010, il paese si è contraddistinto per essere uno dei meno corrotti del continente.
Se il presidente Napolitano sostiene le “larghe intese”, il presidente Mujica sostiene la legalizzazione della marijuana e il riconoscimento dei matrimoni gay.
Invitato come uditore al G20 del giugno dello scorso anno a Rio de Janeiro in Brasile, pronunciò questo discorso:
URUGUAY ELECTIONSAutorità presenti di tutte le latitudini e organismi, grazie mille. Grazie al popolo del Brasile e alla sua Presidentessa, Dilma Rousseff. Mille grazie alla buona fede che, sicuramente, hanno presentato tutti gli oratori che mi hanno preceduto. Esprimiamo la profonda volontà come governanti di sostenere tutti gli accordi che, questa nostra povera umanità, possa sottoscrivere.
Comunque, permetteteci fare alcune domande a voce alta.
Tutto il pomeriggio si é parlato dello sviluppo sostenibile. Di tirare fuori le immense masse dalle povertà.
Che cosa svolazza nella nostra testa? Il modello di sviluppo e di consumo, che é l’attuale delle società ricche?
Mi faccio questa domanda: che cosa succederebbe al pianeta se gli Indù in proporzione avessero la stessa quantità di auto per famiglia che hanno i tedeschi?
Quanto ossigeno resterebbe per poter respirare? Più chiaramente: possiede il Mondo oggi gli elementi materiali per rendere possibile che 7 o 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso grado di consumo e sperpero che hanno le più opulente società occidentali?
Sarà possibile tutto ciò?
O dovremmo sostenere un giorno, un altro tipo di discussione?
Perché abbiamo creato questa civilizzazione nella quale stiamo: figlia  del  mercato,  figlia  della  competizione  e  che  ha  portato  un  progresso  materiale  portentoso  ed esplosivo. L’economia di mercato ha creato società di mercato. E ci ha rifilato questa globalizzazione, che significa guardare in tutto il pianeta.
Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione ci governa???
È possibile parlare di solidarietà e dello stare tutti insieme in una economia basata sulla competizione spietata? Fino a dove arriva la nostra fraternità?
Non dico queste cose per negare l’importanza di quest’evento.
Ma al contrario: la sfida che abbiamo davanti è di una magnitudine di carattere colossale e la grande crisi non è ecologica, è politica!
L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma queste forze governano l’uomo … è la vita! Perché non veniamo alla luce per svilupparci solamente.
Veniamo alla luce per essere felici.
Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente.
E nessun bene vale come la vita, questo è elementare.
Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare di più e la società di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi.
Ma questo iper consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta.
Però loro devono generare questo iper consumo, producono le cose che durano poco, perché devono vendere tanto. Una lampadina elettrica, quindi, non può durare più di 1000 ore accesa. Però esistono lampadine che possono durare 100mila ore accese!
Ma  questo  non  si  può  fare  perché  il  problema  è  il  mercato,  perché  dobbiamo  lavorare  e  dobbiamo sostenere una civilizzazione dell’usa e getta, e così rimaniamo in un circolo vizioso.
Questi sono problemi di carattere politico che ci stanno indicando che è ora di cominciare a lottare per un’altra cultura.
Non si tratta di immaginarci il ritorno all’epoca dell’uomo delle caverne,  né di avere un monumento all’arretratezza. Però non possiamo continuare, indefinitamente, governati dal mercato, dobbiamo cominciare a governare il mercato.
Per questo dico, nella mia umile maniera di pensare, che il problema che abbiamo davanti è di carattere politico.
I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: “Povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e di più”. Questa è una chiave di carattere culturale.
Quindi, saluterò volentieri lo sforzo e gli accordi che si fanno. E li sosterrò, come governante.
So che alcune cose che sto dicendo, stridono.
Ma dobbiamo capire che la crisi dell’acqua e dell’aggressione all’ ambiente non è la causa.
La causa è il modello di civilizzazione che abbiamo montato.
E quello che dobbiamo cambiare è la nostra forma di vivere!
Appartengo a un piccolo paese molto dotato di risorse naturali per vivere.
Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti. Ma ci sono anche 13 milioni di vacche, delle migliori al mondo. E circa 8 o 10 milioni di meravigliose pecore. Il mio paese è un esportatore di cibo, di latticini, di carne. É una semipianura e quasi il 90% del suo territorio è sfruttabile.
I miei compagni lavoratori, lottarono tanto per le 8 ore di lavoro. E ora stanno ottenendo le 6 ore. Ma quello che lavora 6 ore, poi si cerca due lavori; pertanto, lavora più di prima. Perché? Perché deve pagare una quantità di rate: la moto, l’auto, e paga una quota e un’altra e un’altra e quando si vuole ricordare… è un vecchio pieno di reumatismi – come me – al quale già gli passò la vita davanti!
E allora uno si fa questa domanda: questo è il destino della vita umana?
Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità.
Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare.
Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità!
Quando lottiamo per l’ambiente, dobbiamo ricordare che il primo elemento dell’ambiente si chiama felicità umana!
vw
Viene da chiedersi come mai nei nostri media si parli così poco delle realtà latino-americane e poi ci si ritrova ad immaginarlo facilmente…
La risposta infatti arriva da sola…
a bordo di un auto blu…
ma purtroppo non è un Maggiolone.

Tutta un’altra storia!